I governi di mezzo mondo stanno imponendo la verifica dell’età per un crescente numero di servizi su Internet, come una misura di tutela per i minori. In realtà stanno aggravando la raccolta di dati su tutto quel che facciamo in rete, usando argomenti che confondono la moderazione dei contenuti con il ruolo educativo di genitori e scuole.
Di verifica dell’età obbligatoria per l’accesso a certi servizi di rete se ne parla da tanto. Dovrebbe servire, si dice spesso, a limitare l’accesso dei minori alla pornografia, al gioco d’azzardo o a contenuti particolarmente espliciti. Ma in un numero crescente di casi i controlli si stanno estendendo a social network, piattaforme video, servizi di messaggistica, giochi e motori di ricerca e perfino agli stessi sistemi operativi che girano su computer e telefonini.
Problema educativo e soluzione tecnica
È indubbio che vi siano al mondo contenuti inadatti ai minori, ma anche che le piattaforme online usino tecniche sempre più aggressive per manipolare menti poco allenate al pensiero critico.
Ma che forma assumerà Internet quando l’accesso sarà subordinato all’identificazione tramite dati personali? Oggi chi propone la verifica dell’età la presenta come uno strumento di protezione, ma la implementa come un dispositivo di blocco. Non interviene solo sui contenuti: ridefinisce il rapporto tra utenti, piattaforme, browser, sistemi operativi, fornitori di identità e autorità pubbliche. Per sostenere i minori nel loro rapporto con l’ambiente digitale si chiede a tutti di dimostrare la propria identità a partire da documenti ufficiali. Questo non è un semplice dettaglio tecnico, ma un cambiamento estremamente pericoloso dell’architettura dell’informazione in rete.
Il punto più debole del dibattito corrente è la confusione fra due problemi distinti. Da una parte c’è la moderazione dei contenuti: classificare, filtrare, bloccare, segnalare. Dall’altra c’è la tutela dei minori, che è una questione di contesto, di giudizio, di eccezioni e di mediazione educativa. Le due cose non coincidono.
Una piattaforma può etichettare un video o limitarne la visibilità, ma non può sostituire il giudizio di un genitore, di un insegnante o di una scuola sul grado di maturità di una persona e sulle circostanze in cui un contenuto va evitato oppure discusso.
Trattare un problema educativo come se fosse solo un problema di autenticazione significa costruire una soluzione centralizzata per una funzione che resta relazionale e situata in un certo contesto.
Rischi, inefficacia e costi
Per questa ragione la verifica dell’età è una risposta sbagliata anche quando nasce da un’intenzione legittima. Sono anche io un genitore, ed io stesso mi trovo a preoccuparmi ogni giorno per lo sviluppo cognitivo di mio figlio, vivendo tempi diversi da quelli in cui siamo cresciuti noi, tempi in cui ci sono più insidie nello schermo che fuori da esso. Piattaforme e servizi online possono esporre i minori a rischi reali: autolesionismo, dinamiche predatorie, meccanismi di dipendenza, pressione sociale, amplificazione algoritmica di contenuti distruttivi. Ma riconoscere il problema non mi obbligherà ad accettare qualsiasi soluzione, a rinunciare alla mia privacy o ancor peggio a costringere tutti a farlo. Se le misure che adottiamo per proteggere i nostri figli non distinguono fra moderazione e responsabilità genitoriale, finiremo per delegare a un’infrastruttura tecnica la funzione di guida e protezione dei genitori.


