Per decenni abbiamo studiato l’inquinamento luminoso come se il cielo fosse sempre sereno o completamente coperto. Una semplificazione che ci ha indotto a sviste clamorose, distorcendo ogni nostra valutazione. Nelle città, le nuvole si stima possano amplificare la radianza artificiale rispetto alle condizioni di cielo sereno fino a 27 volte per la luminanza allo zenit (direttamente sopra l’osservatore) e 17 per l’illuminamento orizzontale. In zone altamente urbanizzate, gli effetti potrebbero essere ancora più evidenti, mentre in campagna può capitare che producano l’effetto opposto, schermando la luce.
Non avevamo capito nulla. Pur consapevoli di quanto le nuvole influenzino significativamente la propagazione della luce artificiale di notte, nessuno finora ne aveva ancora mai tenuto conto davvero. Ora finalmente abbiamo uno strumento per farlo, è accessibile a tutti e ci permette di interpretare ciò che vediamo in modo più preciso. Accende una luce nel buio della conoscenza. E invita a spegnerne qualcuna nei territori più luminosamente inquinati. È un modello matematico, ha un algoritmo, ma l’intelligenza artificiale non c’entra: lo hanno creato due scienziati slovacchi e uno italiano. Wired Italia li ha incontrati per capire come funziona e cosa rivela.
Nuovi luminosi orizzonti
“Finora eravamo in grado di simulare cieli sereni o completamente coperti, oppure situazioni intermedie ma uniformi – spiega Fabio Falchi, ricercatore del Light Pollution Science and Technology Institute – con il nuovo modello l’inquinamento luminoso possiamo considerare per la prima volta le nuvole in modo completo e molto dettagliato”. Se ne possono simulare a piacere scegliendo dimensione e posizione, trasparenza e quantità. E il salto qualitativo è enorme: “in qualsiasi punto del globo siamo ora in grado di capire come l’inquinamento luminoso viene realmente influenzato dalla presenza delle nubi, anche di quelle molto distanti”.
Frutto di diversi anni di lavoro, il modello sviluppato permette di simulare le condizioni di luce notturna “con un livello di dettaglio paragonabile alle misurazioni sul campo – aggiunge Miroslav Kocifaj, scienziato dell’Accademia Slovacca delle Scienze, di Bratislava co-autore dello studio – e incorpora campi nuvolosi stocastici realistici replicando morfologie e strutture comunemente presenti in natura”. La libertà di spaziare tra ogni possibile scenario nuvoloso rende possibile combinare i dati reali di inquinamento luminoso e di meteo rilevati da una stessa stazione di monitoraggio, per provare a comprendere anomalie prima blindate dietro a modelli troppo rigidi per catturarne il mistero.
“Le nuvole possono contribuire sia ad amplificare che a ridurre l’inquinamento luminoso, dipende dalla configurazione geometrica e dalla posizione geografica delle sorgenti e del sito analizzato – spiega Falchi – anche la loro tipologia è determinante. In città quelle alte possono raccogliere luce anche da molto lontano e amplificarla, quelle basse interagiscono solo con luci vicine, per esempio. Ma in aree rurali, l’effetto si inverte e capita spesso che le nuvole attenuino l’inquinamento”.
Sintonizzare luci e migrazioni
Pur rendendo tutto più autentico, il modello non lo semplifica affatto, anzi, riesce a cogliere meglio la complessità del nostro pianeta regalandoci nuovi misteri. Esiste però un trucco qualitativo per capire “a occhio” se una zona è poco inquinata. Falchi lo svela: “Se le nuvole sono più scure del cielo vuol dire che siamo in una zona abbastanza buia. Stanno fermando la luce proveniente dal cielo stellato retrostante e, se siamo in grado di percepirlo, significa che l’area in cui ci troviamo non è troppo illuminata. Se lo fosse, le nuvole sarebbero più brillanti del cielo in cui si trovano”.

