L'intelligenza artificiale nelle aziende italiane: un passo indietro nella formazione Il mercato dell'intelligenza artificiale (AI) in Italia è destinato a crescere rapidamente, con una proiezione di 1,24 miliardi di euro per il 2025, segnando un incremento significativo rispetto ai 935…
L’intelligenza artificiale nelle aziende italiane: un passo indietro nella formazione
Il mercato dell’intelligenza artificiale (AI) in Italia è destinato a crescere rapidamente, con una proiezione di 1,24 miliardi di euro per il 2025, segnando un incremento significativo rispetto ai 935 milioni di euro nel 2024 e si prevede di superare i 2,5 miliardi entro il 2028. Tuttavia, nonostante questo slancio economico, più della metà degli italiani esprime preoccupazione riguardo all’adozione delle nuove tecnologie, e circa il 60% si sente impreparato dal punto di vista delle competenze digitali per affrontare questa trasformazione. Questi dati mettono in rilievo un divario significativo, come evidenziato nel rapporto “L’IA nel mercato del lavoro italiano – Professioni, modelli di adozione e la sfida della formazione” elaborato da Anitec-Assinform in collaborazione con il Politecnico di Torino.
L’adozione dell’AI nelle imprese italiane: numeri e tendenze
Il rapporto mostra che la percentuale di aziende italiane con almeno dieci dipendenti che stanno adottando tecnologie AI raddoppierà, passando dall’8% nel 2024 al 16,4% nel 2025. Questo segnale positivo, però, colloca l’Italia ancora sotto la media europea del 20%. È interessante notare che mentre le grandi imprese sembrano allinearsi agli standard delle economie europee più sviluppate, sono le piccole aziende a dover affrontare maggiori difficoltà. Le piccole e medie imprese stanno progressivamente accelerando, ma restano indietro rispetto alle dimensioni più grandi, amplificando un problema di strutturazione e organizzazione nel panorama produttivo italiano.
Diversi settori si distinguono per l’adozione di tecnologie AI: il comparto ICT è in testa con oltre il 50% di adozione, seguito da settori come spettacolo e telecomunicazioni (circa 35-40%) e, inaspettatamente, l’area del commercio e dell’hotellerie segna segnali incoraggianti con il 20%. Tuttavia, il manifatturiero rimane indietro, attestandosi attorno al 15%.
Le implicazioni occupazionali dell’intelligenza artificiale
Sul fronteoccupazionale, il rapporto evidenzia un contesto incerto. I segnali provenienti da mercati più avanzati, come Regno Unito e Stati Uniti, mostrano un calo significativo nelle offerte di lavoro per professioni a rischio automatizzazione. In Italia, quasi 15 milioni di lavoratori, ovvero il 70% della forza lavoro, si trovano a dover affrontare queste trasformazioni, con circa 4,75 milioni di individui a rischio di essere sostituiti. L’analisi suggerisce che il mercato del lavoro italiano è in una fase iniziale rispetto a quelli statunitensi e britannici; la digitalizzazione dei processi produttivi è ancora in corso e non ha ancora compiuto il salto necessario per affrontare adeguatamente l’adozione dell’AI.
Nonostante ciò, ci sono opportunità di crescita nei settori emergenti ad alta qualificazione, come dimostrato dalla rapida ascesa delle offerte di lavoro legate al “prompt engineering”, che sono aumentate del 112% in un anno.
La formazione: un tassello mancante
Ad aggravare la situazione è il sistema formativo italiano, che appare frammentato e poco coordinato. Mentre la formazione è riconosciuta come fondamentale per un’adozione efficace dell’AI, molte imprese non riescono a tradurre questo bisogno in piani concreti. Le grandi aziende si avvalgono di percorsi formativi strutturati, mentre le PMI, spesso, si affidano a soluzioni superficiali o poco integrate. Inoltre, l’ecosistema della formazione è caratterizzato da una mancanza di regia che possa orchestrare le diverse iniziative in modo efficace.
Conclusione: l’urgenza di un intervento
In sintesi, il rapporto di Anitec-Assinform pone l’accento su uno scollamento tra il ritmo di adozione dell’AI e la preparazione delle aziende, soprattutto delle PMI, in termini di formazione. L’Italia ha ancora una finestra temporale per colmare questo divario, ma il tempo stringe. Occorrerà creare un ecosistema formativo più solido e inclusivo, con politiche pubbliche che supportino la preparazione delle future generazioni e delle attuali forze lavoro. Se non affrontata con urgenza, la situazione potrebbe portare non solo a un rallentamento economico, ma anche a una società più fragile, incapace di cogliere le opportunità del futuro digitale.
