La scelta della meccatronica è stata quasi obbligata, per quanto essa sia già profondamente radicata nel territorio. Lecco presenta infatti un sistema manifatturiero denso, con migliaia di imprese e una supply chain attiva in settori complessi come automotive, aerospace e medicale. È il contesto naturale per sviluppare robotica industriale, automazione avanzata e sistemi di manutenzione predittiva, con la possibilità di testare subito in ambienti produttivi reali.
E poi c’è il medtech, un vero elemento distintivo che Lake Como Venture Lab intende coltivare puntando sull’esperienza e il network che ruota attorno al campus lecchese del Politecnico di Milano. Questo polo è già infatti al centro di una rete che integra laboratori, istituti clinici e ricerca applicata, con investimenti accumulati negli anni proprio su riabilitazione, biomeccanica e tecnologie per la salute. E non vuole accentrare sulla produzione scientifica la sua azione sul territorio.
“Sarebbe estremamente riduttivo – osserva infatti Tarabini –. L’obiettivo è trasferire la ricerca fuori dall’accademia, trasformandola in prodotti e imprese. E l’infrastruttura per farlo è già pronta: migliaia di metri quadrati di laboratori dedicati al medtech, dalla prototipazione di protesi ed esoscheletri fino alla sensoristica per l’analisi del movimento e alle tecnologie per la riabilitazione avanzata”. Le startup che lavorano su dispositivi medici, robotica chirurgica o diagnostica non partono da zero, quindi. Se selezionate dal neonato venture lab, possono trovare competenze cliniche, capacità ingegneristiche e accesso a contesti di validazione.
“C’è la robotica al servizio della medicina, c’è l’intelligenza artificiale nei sistemi avanzati per la riabilitazione”, sottolinea Marco Campanari, presidente di Confindustria Lecco e Sondrio. Nulla di nuovo nel contesto mondiale, ma la differenza sta tutta nella densità. Gli ingredienti per un sistema intensamente coerente stavolta stanno tutti sulla riva del lago, o quasi. Non è l’ennesimo ecosistema ampio ma disperso ma un ambiente fertile dove hardware, dati e applicazioni cliniche convivono nello stesso spazio. Per chi sviluppa deeptech in ambito sanitario, è una condizione rara.
Quel ramo del lago dove tutto può succedere
Il nodo, per Pasini, non era creare nuove strutture e competenze, ma connettere quelle esistenti. “Mancava un posto dove mettere a terra queste energie, e il Lab nasce come punto di convergenza – spiega -. Le startup entrano con un’idea o un prototipo iniziale e lavorano fino a renderlo testabile. Iterano, correggono, validano e, per arrivare al successo, devono poter avere uno spazio anche per sbagliare”. Ma la tecnologia non basta. Per questo il programma integra fin da subito il lavoro sul mercato, coltivando conoscenze su strategie di go-to-market in modo continuativo e internazionale. Il territorio lecchese non è che un primo banco di prova, grazie alla presenza di imprese che possono fungere da partner, clienti o early adopter.

