Niente App (acronimo che sta per Applicativo per il processo penale) per il deposito degli atti relativi alle intercettazioni e per quelli di impugnazione di misure cautelari. L’applicazione, in senso proprio, destinata a gestire il processo penale telematico è ancora “instabile”, con frequenti “blocchi” e messaggi di errori in realtà inesistenti. Dunque, ammettere ulteriori depositi esclusivamente digitali, come vorrebbe il ministero della Giustizia, rischia di far perdere prove e compromettere ancor di più la velocità del processo penale.
Questa è la sintesi delle ultime puntate legate all’app che servirebbe per la gestione digitale del processo penale e sulla quale è tornato il Consiglio superiore della Magistratura (Csm). Lo ha fatto attraverso una delibera approvata dal plenum il 10 dicembre. La delibera contiene il parere obbligatorio preventivo su una bozza di regolamento ministeriale che vorrebbe rendere esclusivo il deposito per via digitale, sia di atti, documenti e richieste relativi alle intercettazioni dal primo luglio prossimo; sia di atti, documenti, richieste e memorie nei procedimenti relativi alle misure cautelari personali, compreso quello di impugnazione, misure cautelari reali e impugnazioni in materia di sequestro probatorio dal primo aprile 2026.
Cosa ancora non va nell’Applicativo per il processo penale
Quanti bug ci sono ancora nell’applicazione dedicata al processo penale
I tempi non sono maturi, spiega il Csm, perché App – nonostante i miglioramenti di questi mesi – non fornisce ancora le garanzie necessarie di stabilità: talvolta “rallenta” sensibilmente il suo funzionamento comunicando all’utente improvvisi messaggi di errore per poi tornare a funzionare dopo alcuni minuti di attesa; oppure capita che gli atti e i documenti trasmessi da un magistrato ad un altro non risultano visibili al destinatario e siano necessari interventi tecnici ad hoc per rimediare ai bug dell’applicativo. “In pratica, allo stato attuale, l’informatizzazione del procedimento penale non riesce ancora a rendere più celere ed efficace l’attività giurisdizionale penale”, specifica il Csm.
Nel decreto del ministero della Giustizia si riscontrano due criticità
Il meccanismo normativo delineato dal ministero della Giustizia nella bozza di decreto presenterebbe due criticità. Intanto l’aver fissato termini troppo ravvicinati di utilizzo di App “rispetto all’attuale stato embrionale delle applicazioni telematiche per intercettazioni e impugnazioni davanti al tribunale del riesame”. Troppo rischioso per l’organo di autogoverno della magistratura, perché si tratta di attività processuali soggette a termini perentori. Eventuali malfunzionamenti dell’app comporterebbero la perdita irrimediabile di prove (intercettazioni) o la decadenza delle parti dalle facoltà di impugnazione.
In secondo luogo, il doppio binario analogico-digitale per la fase di impugnazione delle misure cautelari davanti al tribunale provocherà la circolazione di atti analogici verso uffici (pubblici ministeri e giudice per le indagini preliminari) ormai operanti in modalità esclusivamente telematica. Una differenziazione “irrazionale” del regime degli atti all’interno del procedimento cautelare, che impedirebbe una gestione unitaria del fascicolo digitale e creerebbe disallineamenti tra la forma digitale della misura emessa dal pm o dal gip e quella eventualmente analogica del provvedimento del tribunale del riesame.
Per il CSM dunque il ministero della Giustizia dovrebbe rivedere la scansione temporale e rimandare ulteriormente l’utilizzo di App per queste attività.

