Il lavoro, pubblicato questo mese sulla rivista Animals, rileva che fino al 2018 circa il 9% degli animali terrestri da allevamento a livello globale era destinato all’alimentazione di cani e gatti. In media, un cane domestico consuma ogni anno circa 13 animali da allevamento, una quota superiore a quella di una persona nello stesso periodo (nove).
Fino al 2018 gli esseri umani hanno rappresentato il 91% del consumo totale di animali terrestri da allevamento. Lo studio però sottolinea che la quota attribuibile ai cani è particolarmente elevata se rapportata al numero di esemplari, aumentando così il peso relativo degli animali nel sistema alimentare globale.
Dal punto di vista del consumo nell’arco della vita, una persona arriva a ingerire circa 680 animali da allevamento, contro i circa 162 di un cane e i circa 28 di un gatto. Queste differenze sono spiegate dall’aspettativa di vita: 73 anni per gli esseri umani, 12,69 per i cani e 11,18 per i gatti.
Knight stima che una transizione globale verso le diete vegane per gli animali domestici potrebbe evitare l’uccisione di fino a 7 miliardi di animali terrestri ogni anno, oltre a liberare una quantità di energia alimentare sufficiente a nutrire 519 milioni di persone, pari al 6,8% della popolazione mondiale.
Un impatto ambientale spesso sottovalutato
Il rapporto si sofferma inoltre sull’impatto ambientale legato alla produzione alimentare destinata agli animali da compagnia. Secondo le stime citate dallo studio, la zootecnia è responsabile di circa il 20% delle emissioni globali annue di gas serra e occupa oltre un terzo delle superfici abitabili del pianeta.
Negli Stati Uniti, per esempio, le diete di cani e gatti rappresentano fino al 30% degli impatti ambientali associati all’agricoltura animale. In paesi come il Giappone, invece, l’alimentazione di un cane di taglia media può generare un’impronta ambientale superiore a quella di una persona media.
Sulla base di questi dati, l’autore sostiene che sostituire gli ingredienti di origine animale “potrebbe liberare superfici più estese del Messico o della Germania, ridurre le emissioni in quantità superiori a quelle prodotte dal Regno Unito o dalla Nuova Zelanda e risparmiare più acqua dolce di quanta ne sia disponibile ogni anno in Danimarca o in Giordania”.
Nonostante i potenziali benefici, Knight avverte che la ricerca e lo sviluppo di alimenti vegani per animali domestici ricevono ancora scarsa attenzione. I finanziamenti destinati allo studio e alla promozione di queste alternative non superano un milione di dollari l’anno, meno dello 0,5% del budget globale del movimento per la difesa degli animali, stimato in 260 milioni di dollari nel 2024.
“Nonostante la portata dei problemi etici e ambientali legati alla produzione di alimenti di origine animale per gli animali da compagnia, gli sforzi per promuovere una transizione verso opzioni più sostenibili restano molto limitati, anche all’interno dei movimenti ambientalisti e per la tutela degli animali”, afferma il docente.
Una transizione possibile
Knight riconosce però condizioni favorevoli per accelerare il cambiamento. Secondo i sondaggi citati nello studio, il 13,4% dei proprietari di cani e il 18,2% di quelli di gatti sarebbe disposto ad adottare diete vegane, a condizione che ne venga garantita la conformità ai requisiti nutrizionali.


