Le leggende razziste sul cibo cinese (tra coronavirus e non)



Da Wired.it :

Il razzismo passa anche attraverso le leggende metropolitane: è il caso degli orrori associati al consumo di cibo cinese

Le affermazioni di Luca Zaia del 27 febbraio “li abbiamo visti tutti mangiare topi vivi” hanno creato un incidente diplomatico. Il governatore del Veneto ha rapidamente ritrattato, dicendo che si riferiva alla“montagna di materiale e video, molti dei quali fake, che pesano sulla reputazione di questo virus”, con le scuse ufficiali all’ambasciata cinese. Nonostante questo, un concetto molto simile è stato espresso poco dopo dal deputato di Italia viva Gianfranco Librandi, che su La7 raccontava di aver consigliato ai cinesi di non mangiare più “animali vivi, selvaggi” e di passare alla dieta mediterranea.

Cibo cinese da asporto (Hulton Archive/Getty Images)

Quella dei topi vivi, la famosa ricetta dei tre squittii (uno quando si afferra il topo appena nato con una speciale forchettina, uno quando lo si bagna nella salsa, l’altro quando lo si morde), è a tutti gli effetti una leggenda metropolitana. Un’abitudine che dovrebbe essere diffusa ma di cui non si trovano tracce concrete, nemmeno a livello locale o nel passato, a meno di non considerare pistole fumanti testi (non storiografici) del ‘900 dove la presunta abitudine era attribuita secoli prima agli incivili cantonesi. Non si può escludere che qualcuno, ispirato dalla leggenda, ci abbia provato (i folkloristi la chiamano ostensione), ma la storia della ricercata prelibatezza rimane una fesseria.

Leggende come questa rinforzano i pregiudizi razzisti e contribuiscono a isolare un gruppo. Pregiudizi che questa epidemia non ci ha messo molto a svelare: da un giorno all’altro per i razzisti di casa nostra i cittadini di origine cinese non erano più quel modello di integrazione da contrapporre ai barconi. Ma le storie dell’orrore sul cibo cinese o orientale sono molto diffuse da noi, da ben prima del coronavirus (e anche allora non erano innocue).

La zuppa di pipistrello

Lo sentiamo ripetere da gennaio. Il nuovo coronavirus è tutta colpa della zuppa di pipistrello. Anche in questo caso, abbiamo una “montagna di materiale di video” a provarlo. Domenica scorsa John Oliver ha mostrato uno spezzone di Fox News nel quale l’economista Don Luskin partiva dalla zuppa di pipistrello per poi finire tracciando una linea tra la Cina e il mondo civilizzato. Il problema è che la carne di pipistrello, sebbene sia consumata in Cina, non si può dire particolarmente popolare. L’associazione tra zuppa di pipistrello e coronavirus è dovuta a una manciata di video diventati virali dopo lo scoppio dell’epidemia, che però non vengono né da Wuhan, né dalla Cina.

I pipistrelli sono il serbatoio di molti patogeni in grado di infettare altri animali, che a loro volta possono infettare l’uomo. Con la Sars sembra sia andata proprio così, e anche per il nuovo coronavirus i dati genetici suggeriscono che il serbatoio sia un pipistrello, che avrebbe poi infettato un altro animale, forse il pangolino. Da subito i sospetti si erano concentrati su un mercato di Wuhan dove si vendevano animali vivi. Non è certo che sia proprio qui che è cominciata l’epidemia, è molto probabile che abbia avuto un ruolo nella sua diffusione. La Cina, come nel caso della Sars, ha reagito chiudendo molti allevamenti e mercati e ci si chiede se questa volta cambieranno le regole.

Che in Cina alcuni mangino anche cose che per molti di noi sono sono strane è innegabile. Lo è anche il fatto che mercati di quel tipo, diffusi in Asia, favoriscono il contatto con i serbatoi naturali di virus. Le carni di animali selvatici (a volte in via di estinzione) sono però una prelibatezza costosa, uno status symbol riservato a chi può permetterselo, e per questo alimentano un mercato miliardario. In generale il problema della distruzione degli habitat naturali, che ci porta a contatto con virus sconosciuti, è una questione globale, come ha ricordato l’autore di Spillover David Quammen. Ma quando diamo la colpa alla zuppa di pipistrello per questo virus cerchiamo solo un capro espiatorio.

La sindrome da ristorante cinese

L’associazione leggendaria tra cibo cinese e malattie ha un precedente molto noto, ma questa volta non c’entrano i social media. Nel 1968 il dottor Robert Ho Man Kwok scrisse una lettera al New England Medical Journal descrivendo, aneddoticamente, una serie di sintomi che insorgevano dopo aver mangiato cibo cinese. Forse, speculava, era colpa del glutammato. Da quel momento l’espressione sindrome da ristorante cinese cominciò a diffondersi, e nel 1993 entrò anche nel dizionario Webster. Ancora oggi se ne parla, ma la sindrome non esiste. Non ci sono prove che il cibo cinese possa causare quei sintomi (sudore, nausea, mal di testa, palpitazioni ecc…), né che lo faccia il glutammato. Non è una leggenda innocua, perché associa una malattia (inesistente) a un popolo: senza giri di parole, è razzista. Nulla di nuovo: negli Stati Uniti è dal XIX secolo che il cibo cinese viene ridicolizzato per colpire quella minoranza.

Questo dovrebbe essere ormai noto a molti, ma non tutti sanno che il tutto è partito come uno scherzo. Un anno fa il giornalista investigativo Michael Blending ha rivelato che il dottor Ho Man Kwok, che aveva firmato la lettera pubblicata dal Nejm, non esisteva. Il suo vero nome era Howard Steel, un chirurgo ortopedico. Aveva confessato che la lettera era una bufala, e l’aveva scritta per scommessa. Un altro dottore lo stuzzicava dicendo che la sua categoria era troppo stupida per scrivere su quell’importante rivista medica. Scommisero 10 dollari che Steel ce l’avrebbe fatta. Ispirato da una cena a una ristorante cinese, durante la quale aveva bevuto e mangiato troppo, l’ortopedico confezionò la sua lettera, si scelse un nome falso (gioco di parole: human crock of you-know-what) e la inviò. Aveva vinto, ma non era preparato al seguito.

Telefonò subito all’editor della rivista per confessare: non voleva che qualcuno la prendesse sul serio. Ma l’editor, Franz Ingelfinger, non prese provvedimenti. Poi smise di rispondere. Intanto il giornale aveva cominciato a ricevere altre lettere sulla sindrome da ristorante cinese: alcuni avevano capito lo scherzo e stavano al gioco, altri no. E alla fine la sindrome approdò sui media, e si perse ogni sottotesto umoristico. Quella malattia, secondo la scienza, esisteva. A quel punto spuntarono anche degli studi (oggi demoliti), che sembravano provarla. Secondo il dottor Steel non è mai stata sua intenzione essere razzista, e per fortuna le persone continuano a mangiare cibo cinese. Ma col senno di poi avrebbe rinunciato ai 10 dollari.

Cani e microchip

Di ritorno da una cena a un ristorante cinese qualcuno si sente male. In ospedale, arriva la terribile scoperta. La causa del disturbo è un oggetto estraneo finito nello stomaco, un microchip per l’identificazione dei cani. L’unico modo per cui possa essere finito lì è attraverso la carne servita dal ristorante. Da noi è almeno dal 2013 che circolano versioni di questa storia, ma probabilmente è stata importata. Una leggenda senza nessun fondamento, ma molto efficace e anche, per qualcuno, notiziabile. Del resto la scoperta del microchip sembra la pistola fumante che serviva riguardo alle dicerie che abbiamo sempre sentito su certi ristoranti: si sa che cani e gatti randagi (o smarriti) sono serviti ai clienti.

Assenza di prove a parte, rimane difficile da credere che un microchip sottocutaneo possa finire in un piatto di carne. Come spiegava Sofia Lincos su Query, sarebbe eliminato con la scuoiatura, e se anche fosse ingerito non c’è ragione per cui dovrebbe dare i problemi descritti, essendo molto piccolo. “Ma i cinesi mangiano cani!” si potrebbe obiettare. Be’, sì, in Cina ci sono alcune regioni dove le persone mangiano cani, e non è illegale farlo. Non vale certo la pena ricordare qui gli animali che mangiamo noi e in quali condizioni siano tenuti alcuni di loro, ma non c’è un motivo al mondo per cui un ristorante cinese in Italia dovrebbe violare la legge e usare carne che per noi è tabù.

Il nonno nell’involtino

I cinesi, si sa, non muoiono mai. O meglio, non ne vediamo i funerali, quindi c’è qualcosa sotto. Probabilmente serve a riciclare i documenti, tanto per noi sono tutti uguali. Come si fa allora per il corpo? Molto semplice: visto che un’attività comune è quella ristorativa, basta riciclare in modo creativo la carne dei defunti. Win-win.

La prima parte può sembrare addirittura ragionevole, e infatti lo pensano anche i francesi. Ma ci sbagliamo, è un’altra leggenda. Da una parte la migrazione dalla Cina verso di noi è relativamente recente. Questa popolazione è relativamente giovane, quindi ci sono meno morti. Dall’altra i funerali cinesi non li sappiamo riconoscere, perché sono molto discreti, con il corpo che viene trasferito direttamente al cimitero. Il colore associato a lutto poi è il bianco. Infine molti tornano a morire in patria.

Ma anche se il nonno non finisce negli involtini primavera, se ne dicono tante sui ristoranti cinesi che il cannibalismo, volontario o meno, ci sembra quasi naturale. E non è solo un nostro problema, o dell’Occidente. Nel 2016 è stato lo Zambia a creare un incidente diplomatico. Riprendendo dei post sui social media, un tabloid ha raccontato che la Cina inviava in Africa scatolette di carne umana. La prova era nella foto di corpi umani macellati, che in realtà erano una messa in scena per il lancio del videogioco Resident Evil 6. Non ditelo a Zaia.

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[Fonte Wired.it]