Ma Tokyo non è un’eccezione. Il Fondo monetario internazionale ricorda che tutte le ultime cinque Olimpiadi estive e le due invernali (prima di Milano Cortina) hanno superato i 10 miliardi di costi totali; Pechino 2008 è stimata oltre 45 miliardi, Sochi 2014 oltre 50 miliardi di dollari. A fronte di ciò, i ricavi spesso non bastano: Rio 2016, ad esempio, si è fermata sotto i 9 miliardi di entrate, peraltro in parte trattenute dal Comitato olimpico internazionale (Cio).
Qui entra in scena la parola che spiega metà della storia: white elephants. Sono gli impianti iper-specializzati che servono per tre settimane e poi restano lì, costosissimi da mantenere e difficili da riconvertire. L’altra metà della storia si chiama sicurezza: per i Summer Games, dice l’Fmi, la spesa security ormai “routinely” supera 1,5 miliardi di dollari.
L’altra faccia del problema: anche i benefici sono scivolosi
Se i costi sono “visibili” perché li vedi nei cantieri, nei capitoli di spesa, nelle delibere, i benefici sono spesso una creatura più elusiva. Perché misurare l’impatto economico dei Giochi significa rispondere a una domanda contro-fattuale: cosa sarebbe successo in quella città, in quegli anni, se le Olimpiadi non ci fossero state?
La Corte dei conti francese lo dice senza giri di parole: ci sono effetti di sostituzione (spesa che cambia etichetta, ma non aumenta davvero), e crowding out sul turismo “ordinario” (chi avrebbe visitato Parigi, comunque, magari lo evita proprio perché ci sono i Giochi). E soprattutto: gli effetti indiretti sono teoricamente ambigui e spesso difficili da isolare senza un contesto sperimentale che, nella vita reale, non esiste. Insomma, le Olimpiadi sono un enorme shock organizzativo, ma non è affatto detto che siano uno shock positivo per la crescita di un paese.
Dopo Atene 2004. Il New Norm e l’idea di costruire meglio, non di più
Dopo Atene 2004, con la sua scia di infrastrutture sottoutilizzate e un’eredità economicamente contestata, il Cio ha iniziato a riscrivere il manuale. Un articolo di Ghd racconta questa curva di apprendimento: Olympic Agenda 2020 e soprattutto la New Norm, un pacchetto di 118 riforme per rendere i Giochi più flessibili, meno costosi e più sostenibili. La filosofia è riassunta in una frase che sembra fatta apposta per un cartello da cantiere: “Build better, not more”.
Tokyo (almeno nelle intenzioni) sarebbe stato un primo test: 100% energia rinnovabile per le venues, meno il 30% di consumi idrici rispetto alle edizioni precedenti, medaglie da materiali riciclati, idrogeno per il braciere e la marcia della torcia, 270mila alberi piantati.
Poi arriva Parigi 2024 come test ancora più ambizioso: utilizzo del 95% di impianti già esistenti o temporanei (contro il 58% attribuito a Tokyo) e un target di impronta di CO2 pari a 1,58 milioni di tonnellate, con l’idea di ridurre le emissioni del 55% rispetto a una media recente intorno a 3,5 milioni (Tokyo, Rio, Londra).


