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L’estensione della moratoria sul riconoscimento facciale ci dà tempo per adottare una legge seria, entro il 2028

di webmaster | Mar 27, 2026 | Tecnologia


La Cina è lontana. Almeno fino al 2028. Sul riconoscimento facciale, il Parlamento italiano ha detto di nuovo No alle telecamere che riconoscono i volti, il sistema su cui Pechino basa ormai di fatto tutte le proprie politiche di controllo e sicurezza, oltre che moltissimi altri servizi di uso civile.

All’interno del decreto Milleproroghe, approvato in via definitiva nelle scorse settimane, ha ottenuto il via libera anche un emendamento in quota opposizione che prolunga fino al 31 dicembre 2027 la moratoria sull’installazione e sull’utilizzo di sistemi di riconoscimento facciale nei luoghi pubblici o aperti al pubblico.

La proposta porta la firma di Riccardo Magi, segretario del partito Più Europa, ed è il risultato degli sforzi della Rete diritti umani digitali, la coalizione che riunisce organizzazioni come Amnesty International Italia, Privacy Network, The Good Lobby, Strali, Period Think Tank e Hermes Center. Senza questo intervento, la protezione contro l’uso indiscriminato delle tecnologie a riconoscimento facciale sarebbe scaduta già alla fine del 2025, lasciando campo libero a un’adozione non regolamentata di tecnologie tra le più invasive oggi disponibili.

Cosa cambia con la moratoria

Vale la pena precisare che la moratoria non costituisce un divieto assoluto: quello che si è ottenuto è evitare un utilizzo indiscriminato delle telecamere a riconoscimento facciale da parte di forze dell’ordine o privati, in attesa che il Parlamento vari una legge più ampia, ancora da costruire, sottolinea la Rete, “nel rispetto del principio di proporzionalità previsto dall’articolo 52 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea”.

Per ora, fino a tutto il 2027, per un privato, come può essere il gestore di un supermercato, di un cinema, di uno stadio, è vietato di installare telecamere con funzioni di identificazione biometrica nei propri spazi accessibili al pubblico.

Per le forze dell’ordine l’uso rimane consentito a fini investigativi e di sicurezza, ma solo con il parere favorevole del Garante per la protezione dei dati personali (Garante della privacy). Unica eccezione: le indagini della polizia giudiziaria nell’ambito di procedimenti dove il nulla osta del Garante non è richiesto.

E cosa ancora manca

La moratoria riguarda esclusivamente l’identificazione biometrica a posteriori, ovvero l’analisi di video già registrati per riconoscere individui. Il riconoscimento in tempo reale, cioè quello che identifica una persona mentre cammina per strada, è già soggetto in Europa a un divieto entrato in vigore il 2 febbraio scorso con l’AI Act, con eccezioni molto limitate per le forze dell’ordine, che possono entrare in gioco solo dopo che ogni stato europeo avrà adottato una legge nazionale apposita.

Cosa che l’Italia, come detto, non ha ancora fatto, pur essendo in ottima compagnia: il che significa che, almeno formalmente, nemmeno la polizia dovrebbe utilizzare sistemi di riconoscimento biometrico in tempo reale. Un caso concreto c’era già stato: la funzione real time di Sari, il sistema in dotazione alle forze dell’ordine, era stato bloccato proprio dal Garante della privacy. Ma c’è un però: “Manca una reale trasparenza di cui possiamo essere sicuri”, spiega Alessandra Paolone, specialista in relazioni istituzionali di Amnesty International Italia, che fa parte della Rete. “Non sappiamo se ci sono altri strumenti in tempo reale attualmente in uso”.



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Scritto da Flavio Perrone, consulente informatico e appassionato di tecnologia e lifestyle. Con una carriera che abbraccia più di tre decenni, Flavio offre una prospettiva unica e informata su come la tecnologia può migliorare la nostra vita quotidiana.

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