Il cancelliere tedesco Friedrich Merz osserva, consapevole che qualsiasi mossa rischia di avere ripercussioni sul modello industriale tedesco. Non a caso domenica i 15 soldati inviati da Berlino per l’esercitazione militare coordinata dalla Danimarca e partecipata da vari paesi europei hanno fatto marcia indietro, due giorni dopo il loro arrivo. Era previsto che l’operazione con fini perlustrativi durasse solo alcuni giorni ma la grande cautela tedesca dimostrata sino ad ora nei confronti della Groenlandia suggerisce quantomeno un approccio con il freno a mano forzato della cancelleria tedesca rispetto a Parigi e Madrid. È in questo clima teso, più che per un improvviso slancio unitario, che l’Europa si ritrova costretta a fare i conti con una domanda rimossa troppo a lungo: fino a che punto è disposta a difendere se stessa quando la pressione arriva dall’alleato storico?
Il Consiglio europeo sulla Groenlandia, un’occasione di unità per l’Europa
La risposta istituzionale ha preso forma domenica sera, al termine di una riunione straordinaria del Coreper – organo dei Consiglio dell’Unione europea – durata oltre tre ore. António Costa, presidente del Consiglio europeo, ha deciso di togliere il dossier Groenlandia dal circuito tecnico e portarlo direttamente sul tavolo dei capi di Stato e di governo, convocando un vertice straordinario che, secondo quanto ventilato da Politico, dovrebbe tenersi il 22 gennaio. Una scelta che vale più di molte dichiarazioni: significa riconoscere che la questione non è più una controversia commerciale, ma un nodo di sovranità e sicurezza. Secondo uno statement pubblicato domenica in tarda serata, Costa avrebbe parlato della necessità di “chiarire le linee rosse europee”, consapevole che il rischio maggiore non è la reazione statunitense in sé, ma l’incapacità dell’Ue di presentarsi come attore geopolitico coerente: “Dato il significato degli sviluppi recenti riguardanti la Groenlandia e le tensioni commerciali derivanti dalle minacce di dazi, e al fine di garantire una risposta europea unita e coordinata, ho deciso di convocare una riunione straordinaria del Consiglio europeo nei prossimi giorni”, si legge nel documento ufficiale. Il messaggio implicito è chiaro: se l’Europa non gestisce collegialmente una crisi che coinvolge un territorio legato a uno Stato membro, la sua pretesa di autonomia strategica rischia di diventare retorica vuota.
I dazi minacciati da Trump per i paesi che sono partiti per la Groenlandia
Insomma, con l’annuncio di Costa l’Unione ha lanciato un ‘bengala’ di emergenza in quella che fino ad ora sembrava restare una fredda notte antartica per la tenuta europea. Il messaggio? È ora di concordare una risposta univoca alle intimidazioni di Trump. La “miccia” era stata accesa nel fine settimana, quando Trump ha annunciato l’introduzione di dazi del 10% a partire dal 1 febbraio, destinati a salire al 25 per cento da giugno, contro gli europei Danimarca, Svezia, Francia, Germania, Paesi Bassi e Finlandia, più Regno Unito e Norvegia. La motivazione ufficiale è politica: questi stati, secondo Trump, starebbero ostacolando le sue ambizioni sulla Groenlandia, territorio parte del Regno di Danimarca.
Il punto non riguarda solo l’entità delle tariffe, ma il metodo. I dazi vengono usati come leva di pressione per ottenere una concessione territoriale, trasformando il commercio in uno strumento di coercizione geopolitica. Il ministro degli Esteri francese, Jean-Noël Barrot, ha dichiarato di essere “pienamente mobilitato per coordinare una risposta europea alle inaccettabili nuove minacce tariffarie”. Il messaggio che arriva da Washington è brutale nella sua semplicità: porte chiuse al mercato statunitense senza un fedele allineamento politico alle mire globali della Casa Bianca.
Il “bazooka” europeo, con dazi da 93 miliardi
La prima risposta europea è pratica: il Parlamento europeo è pronto a congelare la ratifica dell’accordo commerciale siglato a luglio con Trump, che prevedeva l’azzeramento dei dazi europei su molti prodotti americani in cambio di tariffe statunitensi fissate al 15%. Un’intesa già contestata perché sbilanciata, ma difesa da Ursula von der Leyen come strumento di “stabilità” in un mondo instabile. Parallelamente, la Commissione è pronta ad attivare dazi per 93 miliardi di euro su prodotti statunitensi, misure già preparate e poi accantonate durante le trattative della scorsa primavera. Nel mirino tornerebbero beni emblematici come gli aerei Boeing, le Harley-Davidson, il whisky bourbon, gli yacht e i jeans. È una risposta rapida, collaudata, che mostra determinazione senza cambiare radicalmente le regole del gioco.
Per molti governi, però, tutto questo non basta. Da qui il ritorno sulla scena dello strumento anti-coercizione, ribattezzato “bazooka”: un regolamento pensato per rispondere alle pressioni economiche della Cina e mai utilizzato, finora. Attivarlo significherebbe compiere un salto di qualità nella contesa. L’Ue potrebbe limitare l’export di beni strategici verso gli Stati Uniti, escludere le imprese americane dagli appalti pubblici, imporre restrizioni sui mercati finanziari, frenare gli investimenti statunitensi in Europa e sospendere alcuni diritti di proprietà intellettuale delle big tech.

