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L’idrogeno verde salverà il pianeta? La verità raccontata da chi ci lavora ogni giorno

di webmaster | Mar 29, 2026 | Tecnologia


L’idrogeno verde è una delle parole più ricorrenti quando si parla di futuro energetico. Compare nei piani industriali, nei programmi politici e nelle strategie di decarbonizzazione. Ma quanto è davvero centrale? E soprattutto: quanto siamo pronti a usarlo davvero? Nella venticinquesima puntata di Grande Giove abbiamo provato a capirlo insieme a due ricercatori che sull’idrogeno lavorano quotidianamente: Ruggero Bellini, biotecnologo dell’Iit impegnato nello studio della produzione di idrogeno da scarti organici, e Luca Fiori, ingegnere chimico dell’Università di Trento che si occupa di processi termochimici e sistemi energetici.

Illusione verde o sfida scientifica?

Registrata live al Wired Next Fest Trentino 2025, la conversazione smonta subito le semplificazioni da comunicato stampa. L’idrogeno non è una fonte magica, è un vettore energetico e “quello che conta davvero è l’energia primaria che usiamo per produrlo – spiega Fiori -. Se partiamo da gas naturale o carbone resta grigio e ‘sporco’, se invece lo otteniamo da solare o eolico diventa verde. Non c’è altra strada“.

Bellini aggiunge subito il risvolto pratico, allargando il campo ad altri usi dell’idrogeno già reali, “per produrre fertilizzanti, per raffinare il petrolio, per temprare l’acciaio”. Questo non significa che l’idea di usarlo anche come vettore energetico sia sbagliata, “ma non basta proclamarlo perché avvenga“. Vale la pena di provarci perché i vantaggi sono chiari e immediati. Quando lo si ossida in una cella a combustibile si ottiene solo acqua, zero inquinanti. E può aiutare a risolvere l’intermittenza delle rinnovabili: “quando c’è un surplus di sole o vento, lo si trasforma in idrogeno e lo si conserva come molecola: è molto più semplice che stoccare energia, e la si può usare quando serve davvero” spiegano gli esperti. strada è però in salita, e sia Fiori che Bellini lo ammettono chiaramente: si ha a che fare con la molecola più leggera che esista, con densità bassissima: “o la comprimi a pressioni altissime o la raffreddi a -253 gradi – spiega Fiori -. E anche la rete di distribuzione deve essere adeguata: non si possono riciclare le tubature fatte per il metano, l’idrogeno rischia lentamente di romperle dall’interno o renderle fragili“.

Bellini racconta anche il suo lavoro in laboratorio, dove studia la produzione di idrogeno a partire da scarti organici come rifiuti di caseifici o alghe. “Con alcuni microorganismi blocchiamo la produzione di metano e favoriamo quella di idrogeno –  spiega -. Il vantaggio è che il processo non richiede ambienti sterili o tecnologie particolarmente complesse, rendendo il sistema potenzialmente più economico”. La linea di ricerca a cui lavora Fiori riguarda invece il cosiddetto cracking del metano. “Si tratta di rompere la molecola CH₄ ottenendo idrogeno e carbonio solido – spiega -. Se l’energia usata per il processo è rinnovabile non si producono emissioni di CO₂”. E il carbonio ottenuto può poi essere riutilizzato come materia prima in diversi settori industriali.



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Scritto da Flavio Perrone, consulente informatico e appassionato di tecnologia e lifestyle. Con una carriera che abbraccia più di tre decenni, Flavio offre una prospettiva unica e informata su come la tecnologia può migliorare la nostra vita quotidiana.

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