“Quando la censura è così decentralizzata, il risultato è che diventa molto meno efficace di quanto lo sarebbe se fosse implementata in maniera centralizzata”, ha spiegato Maria Xynou, della no profit OONI (Open Observatory on Network Interference). In più, gran parte dell’apparecchiatura hardware che collega la Russia alla rete è di fabbricazione occidentale, il che complica ulteriormente i piani autoctoni di Vladimir Putin, che per questo, dal 2015, ha imposto la graduale eliminazione degli strumenti stranieri e la loro sostituzione con altri di fabbricazione nazionale.
Cyberspazio, addio!
D’altra parte, quella che per alcuni è la rete globale, per molti altri è la rete “a guida statunitense”. Come ha scritto la ricercatrice Asma Mhalla, la separazione tramite intranet nazionali rappresenta quindi un altro passo verso la “militarizzazione del cyberspazio, che lo ha reso la quinta dimensione della guerra moderna dopo terra, mare, aria e spazio. In parallelo alla competizione tra superpotenze nel mondo fisico, si sta così materializzando una rete globale fratturata in più parti, chiamata Splinternet”.
È qualcosa con cui stiamo iniziando a fare i conti anche noi europei. Lo scopo della sovranità digitale non è scollegarci dal resto della rete, ma ridurre la dipendenza dai servizi statunitensi e affrontare le nostre vulnerabilità strutturali. Oggi, per fare solo un esempio, circa il 70% dell’infrastruttura cloud europea è gestita da AWS, Microsoft e Google, aziende soggette al Cloud Act, che consente al governo statunitense di accedere ai dati anche quando sono archiviati fuori dagli Stati Uniti.
Il cyberspazio sta per certi versi diventando sempre più simile allo spazio aereo: collega tutte le nazioni del mondo, ma ciascuna di essa mantiene un rigido controllo sulla sua porzione, conservando anche il diritto di impedire a compagnie di nazioni avversarie di atterrare nel proprio territorio.
Perché ciò che consideriamo naturale e legittimo quando si tratta di aria e acque nazionali ci sembra invece così negativo quando si parla di spazi digitali? Dal punto di vista ideologico, probabilmente una delle ragioni è che internet nasce portando con sé valori extra-nazionali e universali, sintetizzati al meglio nella celebre e utopistica Dichiarazione d’indipendenza del cyberspazio di John Perry Barlow (“Dichiaro lo spazio globale sociale che stiamo costruendo essere naturalmente indipendente dalle tirannie che cercate di imporci”).
Dal punto di vista politico, invece, si dovrebbe considerare quanto la diffusione commerciale di internet sia figlia degli anni Novanta, caratterizzati dalla pax americana, dall’apertura della Cina ai mercati, dall’avvicinamento della Russia all’Occidente.
Oggi quel mondo non c’è più e siamo invece alle prese con un pianeta multipolare dalle crescenti tensioni geopolitiche. Tensioni e rivalità che – inevitabilmente, vista la sua importanza critica – hanno finito per riversarsi anche su internet.


