Louis C.K. a Milano, il comico più famoso del mondo fa ancora ridere?


Per anni il comico più famoso della sua generazione è stato uno psicologo del postmoderno, poi qualcosa si è inceppato. Ma cosa? Qualche riflessione a margine dello spettacolo di Louis C.K. a Milano

(foto: Kevin Mazur/Getty Images for The Bob Woodruff Foundation)

Qualche settimana fa, parlando con un amico – un amico che ha seguito da appassionato l’evoluzione della stand-up comedy – dell’imminente evento dell’estate milanese in programma al Teatro Nuovo, ossia la prima data italiana di Louis Székely, in arte Louis C.K., il comico che ha cambiato la comicità, gli ho sentito dire “da vecchio enorme fan, ora lo trovo un po’ tossico”. Quel “tossico” mi ha fatto riflettere: dopo la nota vicenda di molestie sessuali che lo riguarda – sfociata nella lettera aperta in cui il comico prometteva di “fermarsi ad ascoltare”, e in un breve periodo di pausa dalle scene, interrotto da un ritorno condito da controverse battute sulle vittime della sparatoria di Parkland, in Florida – Louis C.K. può ancora far ridere come prima?

Per anni Louie, il comico più noto e riverito della sua generazione, è stato l’emblema delle nevrosi dell’uomo bianco di classe media e di mezza età, travolto da una certa mancanza di riferimenti nella vita contemporanea – “everything’s amazing and nobody is happy”, per citare la sua battuta del 2008 alla base di molte delle fortune venute in seguito – che guarda dentro se stesso e i suoi bisogni (sociali, sentimentali, sessuali) e ne esorcizza i limiti e le inadeguatezze, portandoli sul palco in una veste rassegnata e dissacrante. Più che uno stand-up comedian, Louis C.K. è stato per un decennio uno psicologo del postmoderno.

Poi qualcosa si è inceppato: dopo la pubblicazione dei racconti di molestie – diverse donne l’hanno accusato di essersi masturbato davanti a loro nel corso degli anni, e lui ha confermato gli episodi – la sua ironia secondo alcuni critici è diventata offensiva per il puro gusto di offendere (vedi le già citate battute su Parkland), il grandangolo sulla realtà si è ristretto al suo ombelico, il fendente per liberare del senso di colpa il suo pubblico privilegiato è diventato un colpo alla cieca di chi è in cerca di vendetta.

Queste, almeno, erano le premesse. Alla serata milanese, il parterre de rois includeva Maccio Capatonda (accolto da un applauso del resto del pubblico), Fabio Volo (idem, se non erro), Rocco Tanica e Ghemon, e più o meno chiunque abbia mai pubblicato un articolo su un giornale. Insomma, un trionfo di terziario avanzato – ampiamente previsto.

Il comico è salito sul palco chiedendo alla platea “com’è stato il vostro anno?”. Il suo è stato complicato, ha spiegato tra le risate: “Però si imparano un sacco di cose: ad esempio, prima di tirartelo fuori davanti a una donna devi chiederle se le va bene”. Se anche dicesse di sì, “meglio chiedere: sei sicura?”. E persino in caso di nuova risposta affermativa, meglio non farlo lo stesso: sai come sono le donne. Louis C.K. sapeva di dover affrontare l’argomento, e l’ha fatto subito, a modo suo: “Sono così bravo a masturbarmi che non posso pensare di farlo da solo”. Si obietterà che tutto questo non lascia intravedere un grande pentimento, e magari con qualche ragione. Eppure è stato difficile non vederne altrettante quando dal palco, microfono stretto in pugno, il fu molestatore ha detto, sempre in riferimento alla sua vicenda: “Ognuno ha il suo punto debole. Ora voi – e tutto il mondo – conoscete il mio, maledizione. Sperate solo che non venga mai a sapere del vostro”. Risate e ululati di approvazione in sala.

Non significa che la cosa di quel cinquantenne di Boston vada derubricata o passata sotto silenzio (così come alla fine non lo è stata). Il punto è: dove si traccia la linea tra il pubblico dominio dell’artista e il comportamento privato dell’uomo? Un essere umano migliorabile deve smettere di impersonare un grande intrattenitore? Sono questioni già ampiamente dibattute, eppure Louis C.K. per anni ci è piaciuto proprio perché era lui stesso: calvo, grasso, ridicolo, con un’insofferenza offensiva, pigro, iconoclasta, sfiduciato. Quando però il personaggio e l’uomo hanno finito per combaciare troppo anche nella cronaca, la reazione più naturale è sembrata una damnatio memoriae.

Anche sul palco di Milano, C.K. ha reintrodotto uno dei jokes che gli sono valsi le critiche dell’ultimo anno: quello sull’uso della parola retard, ritardato. “Ai miei tempi, i ritardati si chiamavano ritardati. E non era offensivo”, perché non c’era bisogno di “esternare nel linguaggio il nostro senso di colpa”, decidendo al posto loro chi deve sentirsi a proprio agio (noi) e perché (per sentirci meglio con noi stessi). Anche qui, forse Louis C.K. può essere sembrato la brutta copia dell’antico psicologo: quello che l’altro ieri, nella sua serie tv Louie, riempiva ogni scena di comicità adulta e matura sull’occidente, oggi si limita a scherzare sul ritardo mentale?

Sul palco del Teatro Nuovo non sono mancate le gag sulla famiglia, sulle relazioni, sul sesso, sulla religione (non tutte memorabili, ma, ad esempio, con un memorabile dio creatore che in un attimo di introspezione si chiede “ma che diavolo sto facendo?” mentre è impegnato in un’improbabile sortita per trovare le 72 vergini da consegnare a un jihadista che si è fatto saltare in aria) e la solita robusta dose di scorrettezza: una battuta sui paralitici con riferimento alle vittime della maratona di Boston – accolta dal coretto di riprovazione di un pubblico che in generale è sembrato compreso nella parte di chi sta vivendo la serata-della-vita, e a cui Louis C.K. ha replicato: “Si può scherzare su alcuni paralitici, vero? Ma su questi no, per carità”; e in un altro momento, in risposta all’ennesimo applauso da provincia dell’impero: “Se applaudite troppo vi perdete metà delle battute” – e quella sul dare fuoco a un orfanotrofio come modello di business, in aggiunta ad altre incursioni su bambini, gay, morte e vita familiare.

L’idea alla base della stand-up del comico che l’ha resa un fenomeno culturale internazionale è sempre quella: per la catarsi, per il disvelamento, e anche per il buon vecchio fine di fare ridere l’audience serve essere estremi. “But maybe” senza offensività grottesca non avrebbe strappato una risata a nessuno, e così tante altre leggendarie linee che l’uomo cresciuto in Messico ci ha lasciato.

È possibile che il suo ripiego ombelicale l’abbia reso una sostanza tossica, tornando all’inizio di questo articolo. Ma la si può vedere in un altro modo: il giullare cantore di vizi è entrato in crisi (anche) perché è entrato definitivamente in crisi quel mondo ingiusto e disperato che aveva raccontato fino a ieri; il postmoderno è diventato un’altra cosa, e ancora più lisergica, aleatoria e imprevedibile di ciò che era prima. Se prima potevamo ridere di noi stessi e di quelle vergogne (sociali, razziali, economiche e relazionali) di cui eravamo corresponsabili, oggi non sappiamo nemmeno più che cosa siamo, ci limitiamo a battaglie di facciata mentre fuori infuria la tempesta: Louie è un prototipo alt-right, e chissà cosa potrà diventare domani. Come ha scritto Alyssa Rosenberg sul Washington Post all’inizio di quest’anno, “C.K. può non essere in carcere, ma sta scontando una pena considerevole: è costretto a essere sé stesso”. Lo psicologo non ha più niente da dire, o forse a noi è rimasto poco da chiedergli.

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