[ad_1] Un uomo cammina solo per le strade del New Mexico, errante e senza meta. La sua esteriorità lo rende così dissimile da chiunque lo circondi eppure non c’è niente in lui che sia alieno al mondo esterno. O forse…
Un uomo cammina solo per le strade del New Mexico, errante e senza meta. La sua esteriorità lo rende così dissimile da chiunque lo circondi eppure non c’è niente in lui che sia alieno al mondo esterno. O forse si. L’uomo in questione si presenta come Thomas Jerome Newton, ha un passaporto britannico e poche altre cose con sé, tra cui carte su carte di certe sue invenzioni che potrebbero rivoluzionare per sempre l’elettronica. Questo vagabondo taciturno, schivo, singolare, in realtà proviene da un altro mondo, un pianeta tristemente arido, seppur tecnologicamente avanzato, e la sua fuga sulla Terra è l’ultima speranza di sopravvivenza per sé e la sua famiglia.
Ci accoglie così il film del 1976 diretto da Nicolas Roeg, L’uomo che cadde sulla terra, cult fantascientifico che quest’anno compie cinquant’anni, esordio cinematografico di David Bowie che qui incarna un individuo fuori posto, isolato e smarrito all’interno di un contesto umano terribilmente individualista; plasmato dalla scrittura dell’omonimo romanzo di Walter Tevis, autore anche de Lo spaccone, Il colore dei soldi, che ha ispirato l’omonimo film del 1986 di Martin Scorsese, e La regina degli scacchi, base per la miniserie TV omonima con Anya Taylor-Joy.
Roeg dirige una pellicola frammentata, ipnotica, ellittica, pregna di visioni e distorsioni volte a disorientare lo spettatore esattamente come la realtà terrestre disorienta il protagonista. Thomas approda sul nostro pianeta con un piano preciso, ovvero brevettare le sue invenzioni, accumulare denaro a sufficienza per costruire un’astronave e tornare dalla sua famiglia. Ma le cose non vanno esattamente come previsto. Newton incontra Mary-Lou, interpretata da Candy Clark, una donna affettuosa che si invaghisce di lui e diventa la sua compagna nel mondo terrestre, e incontra Oliver Farnsworth, avvocato specializzato in brevetti industriali, che dovrebbe aiutarlo a mettere in piedi il suo impero industriale. Thomas è sedotto, anestetizzato da ciò che trova sulla Terra, a partire dalla televisione, l’alcool, il sesso, il denaro. Tutto partecipa a un lento processo di corruzione, di smarrimento che porta la sua missione di salvezza a diventare una prigione abissale, una trappola che la società stessa mette in moto, con la sua rumorosa e indifferente abbondanza, con i suoi eccessi.
Roeg non a caso sceglie Bowie come individuo che si oppone visivamente a questo universo claustrofobico, ipersessualizzante, magmatico, eccessivo, un essere alieno, magnetico, fragile, che si aggira come uno spettro sul nostro pianeta, troppo diverso, troppo androgino, una creatura in netta continuità con Ziggy Stardust, il personaggio attraverso cui Bowie aveva rivoluzionato il rock poco tempo prima, con i suoi capelli rosso fuoco, incarnazione di un’alterità aliena e messianica, artificiale e libera. Il suo personaggio all’interno del film comincia a vivere in un perimetro sempre più confinato, ad abitare una soglia sempre più restrittiva.
