Cosa è successo nei mercati, tra energia, inflazione e rialzo del dollaro

Quando i mercati si aspettano una politica monetaria restrittiva negli Stati Uniti, gli asset denominati in dollari diventano più attraenti perché offrono rendimenti più alti. I capitali si sono dunque spostati verso i titoli di Stato statunitensi. Va considerato poi che gli Stati Uniti sono grandi produttori di petrolio e gas. Gli stessi combustibili fossili che ora, con lo stretto di Hormuz bloccato per il conflitto in Medio Oriente, diventano meno disponibili sul mercato e dunque più costosi.

Ecco quindi che, dopo il picco toccato a fine gennaio che ha permesso agli investitori di incassare i guadagni accumulati nei mesi precedenti, il prezzo dell’oro ha iniziato a scendere. A quel punto, spiegano gli analisti interpellati da Bloomberg, sono scattati i meccanismi di stop-loss: ordini automatici di vendita che si attivano quando il prezzo scende sotto una certa soglia.

A pesare sono stati anche i deflussi dagli exchange-traded funds (etf) legati all’oro, cioè fondi che replicano il prezzo del metallo: quando gli investitori escono, questi strumenti sono costretti a vendere, contribuendo a spingere il prezzo verso il basso. Ciò significa che si è innescata una spirale al ribasso? Gli analisti invitano alla prudenza: più che un calo, c’è da aspettarsi una forte volatilità.

Sono le dinamiche speculative a rendere il prezzo dell’oro così instabile

“Il dollaro ormai non è più solo un bene fisico ma è il sottostante di tanti prodotti finanziari che sono venduti dai grandi fondi e inseriti in numerosi fondi pensionistici”, spiega a Wired Italia Alessandro Volpi, docente di Storia contemporanea e di Geografia politica ed economica presso l’università di Pisa (l’ultimo suo libro è La guerra della finanza. Trump e la fine del capitalismo globale, edito da Laterza). “In questo senso non si tratta soltanto di un bene rifugio ma anche di uno strumento speculativo che risente delle aspettative dei mercati”.

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