Matteo Salvini, i figli suoi e quelli degli altri


Come Berlusconi che giurava sulla testa dei suoi figli, il leader della Lega dice spesso “parlo da papà” sfruttando la genitorialità come strumento di promozione politica. Salvo poi screditarla scommettendo tutto su un caso di cronaca come Bibbiano

Da: “Lo giuro sulla testa dei miei figli” a: “Lo dico da papà”, il passo è breve. Era il 2009 quando l’allora premier Berlusconi metteva a repentaglio il collo di Marina, Piersilvio, Barbara, Eleonora e Luigi, giurando sulla loro testa di non aver mai avuto rapporti piccanti con Noemi Letizia utilizzando una formula inaugurata già nel 1994: “Lo giuro sulla testa dei miei figli: venderò le aziende”.
Venticinque anni dopo, quello stesso Matteo Salvini che non perde occasione per prendere le distanze dal leader di Forza utilizza un impianto comunicativo estremamente simile, soprattutto sul piano della rappresentazione familiare.

Berlusconi e Salvini: entrambi rappresentanti di famiglie molto distanti da quella tradizionale (due divorzi per il primo, uno per il secondo;  entrambi genitori di figli avuti da donne diverse), si sono, negli anni, cuciti addosso lo stesso ruolo di papà amorevole e sempre un po’ preoccupato, fiero ma dispiaciuto per il poco tempo dedicato alla cura della prole.
La fierezza di papà Berlusconi per i successi imprenditoriali di Marina, fa infatti il paio con quella recente di Salvini per la pagella del figlio Federico; le loro dichiarazioni da genitori orgogliosi riempiono, e hanno riempito, le pagine dei giornali, i servizi dei programmi contenitore e, da ultimi in ordine cronologico, i social.

Ma quella che viene proposta, in queste e in centinaia di altre occasioni nell’ambito della social politica internazionale, è una rappresentazione della genitorialità che somiglia più ad un rotocalco che alla vita vera: la famiglia e i figli, che fanno capolino nella vita del politico soltanto quando possono essere utili alla sua causa e mai quando potrebbero incrinare la rappresentazione dell’uomo forte ma anche affettuoso, duro ma anche cedevole.
In questa dimensione del tutto fittizia della genitorialità – che non riguarda soltanto Salvini e Berlusconi ma tutti i padri al tempo della politica social – i figli non sembrano esistere in quanto persone, ma compaiono soltanto come appendici della rappresentazione dei candidati alle poltrone.

Dire una cosa da papà”, per Matteo Salvini, significa una cosa sola: ragionare con la pancia e con la paura che ai nostri figli possa succedere qualcosa di brutto. Ma “Dire una cosa da papà”, invece, dovrebbe innanzitutto significare dedicare tempo alla relazione con i figli, lontano dai riflettori. Forse, inoltre, dovrebbe voler dire anche – se si ricopre il ruolo di segretario del partito di maggioranza nel paese –immaginare supporto alle politiche familiari e alle politiche del lavoro, perché questo possa succedere sempre più spesso e in più famiglie possibili. E, infine, dovrebbe voler dire anche garantire il supporto a tutti quei figli di genitori violenti, sconfitti, assenti, frustrati, rabbiosi, che scaricano sui bambini la loro frustrazione, perché un papà è anche colui che si prende carico degli altri, con lo stesso affetto con cui si prenderebbe carico dei suoi figli.

Per questo, la violenza dell’attacco ai servizi sociali e il silenzio sulle mille persone morte nel Mediterraneo dall’inizio del 2019, dimostrano come, in venticinque anni, le cose siano cambiate davvero molto poco, rispetto alla rappresentazione del papà-politico.
Giurare sui figli la propria innocenza, concentrare le attenzioni degli elettori sulle pagelle o sui successi dei bambini di famiglia, risultano una speculazione: una strada in discesa per far sentire i politici vicini alla gente, che però nasconde i doveri dei padri.
Il ruolo di un padre, infatti, presuppone innanzitutto la presenza.
Ma la presenza è messa in discussione (per i papà ma anche ovviamente per le mamme) da una politica schiacciata sulla comunicazione permanente e sul bisogno di essere presenti sempre, ovunque e possibilmente in diretta Facebook. Una politica e, in generale, un mondo del lavoro, onnipresenti e fagocitanti sono la prima pietra tombale della relazione genitoriale perché significano assenza o disattenzione ai momenti importanti della vita dei figli.

Ascoltare i figli, capirne i bisogni e mettersi costantemente in discussione mantenendo un ruolo di guida e supporto: questo dovrebbe fare un papà.
Difficile immaginare che questo possa essere possibile all’interno del calendario dell’attuale Ministro dell’interno ma anche di tutti quelli che seguono ritmi simili nella propria onnipresente vita lavorativa.

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