Megan Rapinoe, la freddezza dagli undici metri e quella contro Trump


La calciatrice, paladina dei diritti lgbt+ e della pay equality, aveva minacciato di disertare l’incontro con Trump nel caso la nazionale Usa avesse vinto i mondiali. Ora che l’impresa è compiuta cosa succederà?

È il 1968, siamo allo Stadio Olimpico di Città del Messico e i velocisti Tommie Smith e John Carlos hanno appena vinto la medaglia d’oro e quella di bronzo nei 200 metri, con nel mezzo l’australiano Peter Norman e il record del mondo di Smith con 19.83 secondi. Salgono sul podio e, sulle prime note di The Star-Spangled Banner, alzano il pugno sinistro con un guanto nero. Non cantano l’inno. Per protesta. Il CIO chiede la loro esclusione dai Giochi e, tornati in patria, subiscono intimidazioni e critiche.

(AP Photo/File)

Anno 2019, più di cinquant’anni dopo, siamo in Francia, ai Mondiali femminili di calcio: la bomber Megan Rapinoe non canta l’inno, resta muta e non solo per una gara. Ascolta silenziosamente. Per protestare, dichiarandolo apertamente anche prima della partenza per la kermesse, così come aveva fatto Colin Kaepern nel football americano nel 2016, per portare attenzione sulle discriminazioni delle persone afroamericane e, in generale, sulle politiche di Donald Trump riguardanti immigrati e integrazione. Lei che è stata una delle prime a fare outing sulla propria sessualità, lei che lo aveva fatto anche prima dei Mondiali: stella dei Seattle Reign, ha chiuso il Mondiale con 5 reti.

(Photo by Marcio Machado/Getty Images)

Trump non prende bene le sue labbra serrate e glielo comunica su Twitter (altri tempi rispetto alle Olimpiadi di Città del Messico, periodo fresco di marcia di Selma). “I club, a parte quelli di Nba, amano venire alla Casa Bianca – aveva scritto Trump -. Io sono un grande fan della squadra americana e del calcio femminile, ma Megan dovrebbe pensare a vincere prima di parlare! Finisca il lavoro! Non abbiamo ancora invitato Megan o la squadra, ma lo faccio ora, sia che vincano oppure che perdano. Megan non dovrebbe mai mancare di rispetto al nostro Paese, alla Casa Bianca o alla nostra bandiera, soprattutto perché è stato fatto tanto per lei e per la squadra. Siate orgogliosi della bandiera che rappresentate“.

E lei, Megan Rapinoe, centrocampista offensiva classe 1985, dopo il primo gol contro l’Olanda, nella finale di ieri che ha dato agli Usa il quarto Mondiale femminile della propria storia, ha esultato allargando le braccia, come dire “Sono qui, eccomi! E sono questa!”. Lo ha fatto dopo un rigore battuto con la testa, come si dice metaforicamente, vincendo quella che con il portiere è sempre una sfida di nervi, da che esiste il pallone: sfera da una parte e portiere fermo. Una sfida di nervi che, da buona rigorista, ha sempre affrontato e che ha vinto anche questa volta, sia sul campo, sia via social, visto che Trump, che l’aveva tanto sgridata, alla fine ha twittato: “Congratulations to the U.S. Women’s Soccer Team on winning the World Cup! Great and exciting play. America is proud of you all!”.

Insomma, Megan e le sue compagne han finito il lavoro come aveva chiesto il presidente a stelle e strisce e ora si dovrà vedere se partirà realmente un invito alla Casa Bianca e se l’invito verrà accettato. Quindi, nessuna guerra social è conclusa. Ma come l’hanno presa gli americani? Da che parte stanno? Non tutti dalla parte della calciatrice, leggendo Twitter: “So, #Rapinoe will not go to the #FuckingWhiteHouse, but has no problem with a Qatari sponsor.. All the shallowness of woke leftist summed up”. Tradotto: “Quindi, #Rapinoe non andrà al #FuckingWhiteHouse, ma non ha problemi con uno sponsor del Qatar. Tutta la superficialità del risveglio della sinistra riassunta qui”. Poi c’è qualcuno che ironizza sul finale celebrativo di Trump con una vignetta che unisce i due personaggi e chi, invece, coglie la palla al balzo e segue il mood #FuckingWhiteHouse per sostenere la calciatrice e magari fare del business.

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