Men In Black: International, il peggior capitolo della saga


Ha l’aspirazione di arrivare al medesimo tono scanzonato del primo, soffocata però da una scrittura così pessima da sconfinare nell’imbarazzo. Al cinema da giovedì 25 luglio

La tragedia vera di Men in Black: International è che il suo umorismo non fa ridere. Ha molti problemi questo quarto film della serie, ma quello che veramente è insormontabile e che lo condanna presso qualsiasi strato di pubblico, sono le battute imbarazzanti e lo scarsissimo divertimento di cui invece vorrebbe esserne pieno. Umorismo scritto male e portato anche peggio che non funziona mai come dovrebbe e riesce solo a generare un vago senso d’imbarazzo in chi guarda per la pochezza delle battute e la puerilità delle ironie.

A farne le spese (oltre al film) è prima di tutto Chris Hemsworth che su una carriera da commediante e sulla revisione ironica della sua persona sembra aver investito molto (qui c’è anche una gag metacinematografica in cui come Thor cerca di attirare a sé un martello che stringe il cuore per quanto è fatta male). Il suo agente H ha un po’ della sbruffoneria d’azione dello storico J di Will Smith e anche molta idiozia che sembra venire dritta da un altro personaggio che interpretava in un altro capitolo di un franchise, cioè il reboot femminile di Ghostbusters. Anche qui è un po’ un uomo oggetto, guardato, giudicato e sessualizzato dalle donne del film (specie la sua ex amante Rebecca Ferguson) come una volta il cinema faceva con le donne e oggi per fortuna non sarebbe più pensabile. Scemo ma di buon cuore, la sua cretineria invece di generare risate spesso imbarazza. Tutti si chiedono come abbia fatto a diventare parte del gruppo Men in Black e il pubblico anche.

Se lo chiede soprattutto M la sua compagna d’azione, novellina appena entrata nell’associazione che sembra già più esperta di lui (che invece è dentro da tantissimo tempo). Viene accoppiata a lei per risolvere uno strano caso di morte, sparizioni, oggetti letali e di una talpa all’interno dei MiB. La questione sembra complicata ma in realtà non c’è stato molto impegno in fase di scrittura e si risolverà nella maniera più scontata e al tempo stesso più elaborata, così che sia possibile girare per l’Europa per le canoniche due ore. Senza pace e senza possibilità di confrontarsi davvero con il suo equivalente (Will Smith) Hemsworth è un personaggio terribilmente irrisolto sul quale il film si illude di poter contare.

Ma come detto il problema vero del film è la scrittura. Scrittura che non è divertente quando deve, è banale quando si tratta di immaginare l’intreccio e più in generale ha un riguardo bassissimo per la logica e la coerenza. Accade continuamente che i personaggi facciano scelte o compiano azioni delle quali ci si chiede il motivo. Anche il dettaglio più memorabile del film originale, cioè il flash di luce con il quale cancellano la memoria breve alle persone che hanno visto le loro azioni così da mantenere il segreto degli alieni, è usato senza criterio. Inspiegabilmente prima illustrano agli astanti quel che non devono sapere e poi gli cancellano la memoria così che non lo ricordino.

L’idea qui sarebbe di riprendere il fortunato tono scanzonato dei film originali, l’aria leggera e ordinaria di fronte a questioni che potrebbero causare la fine del mondo, l’ironia da ufficio in questioni da fantascienza. Tuttavia la cattiva scrittura e una certa flagrante incapacità nel comprendere quali siano i veri punti di forza della serie, fanno sì che invece che risultare divertente e curioso, il modo di agire dei personaggi sia solo imbranato e fastidioso. Anche i grandi nemici di cui si parla per tutto il film sembrano una specie di spauracchio generico, le cui intenzioni, idee, personalità e storia ignoriamo. Sono solo cattivi e mostruosi, tanto basti.

Tanto quel che conta in Men in Black: International è solo ed unicamente riprendere alcuni luoghi comuni della serie e rimetterli in scena come se chi lo ha scritto e poi diretto (F. Gary Gray il regista di Straight Outta Compton) avesse visto l’originale solo una volta all’epoca della sua uscita e ora cercasse di farne un sequel sulla base di ricordi vaghi e di quel che gli rimase impresso: i completi neri, gli occhiali da sole, le armi argentate, qualche battuta e il flash per cancellare la memoria.

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