[ad_1] Quando poi l’azione comincia (finalmente), il film migliora di colpo. Del resto da quando c’è Christopher McQuarrie a scrivere e dirigere, cioè dal quinto film, intitolato Rogue Nation, la precisione nelle sequenze d’azione ha fatto un deciso salto in…
Quando poi l’azione comincia (finalmente), il film migliora di colpo. Del resto da quando c’è Christopher McQuarrie a scrivere e dirigere, cioè dal quinto film, intitolato Rogue Nation, la precisione nelle sequenze d’azione ha fatto un deciso salto in avanti raggiungendo vette eccezionali in Fallout. Mission: Impossible è diventato lo stato dell’arte di come fare cinema d’azione spettacolare in America. Non sorprende quindi che tutta la sequenza subacquea nel sottomarino sia un gioiello di tensione e narrazione senza parole, fatta solo per immagini ed esplosioni. Funziona con le stesse dinamiche di rialzo della difficoltà di stanza in stanza dei videogiochi, con prove sempre più complicate e una fenomenale concentrazione sulle azioni di Cruise.
Meno potente è invece l’altra grande sequenza d’azione che porta a termine il film, giocata sugli aerei. Mostruosa da realizzare, pazzesca anche solo da immaginare (visto che è stata fatta sul serio, dal vero e senza controfigure, come è abitudine di Tom Cruise), ma non altrettanto appassionante da guardare né ben narrata. Nel complesso però forse non importa. Qui più che mai la storia in gioco non è una di agenti segreti, ma quella dell’uomo contro il digitale, cioè è la storia personale di Tom Cruise, che ha trovato una forte ragion d’essere nell’incarnare l’ultimo baluardo (o almeno così pensa lui) contro il cinema degli effetti visivi digitali. Non è solo che fa tutti gli stunt in prima persona per davvero, ma che rende questa cosa lo strumento principale di promozione dei film e di se stesso. Questo racconta quest’ultimo Mission: Impossible: il tentativo di un attore di salvare il cinema “umano” con azioni clamorose e missioni impossibili come quelle che compie sul set.
Warner Bros
L’identificazione tra Cruise e Hunt è totale. La trama cita una data come l’inizio di tutto, il 22 maggio del 1996, che è anche la data in cui è uscito nei cinema americani il primo Mission: Impossible. L’agente Hunt è qui presentato molto più che in passato come il salvatore del mondo, l’uomo che, attraverso una dedizione fuori dal comune, una tensione avventurosa e un’etica di ferro, è in grado di salvare tutto e tutti. In questi casi si spende l’aggettivo “cristologico” per identificare un personaggio che è considerato dalla sua storia un salvatore, uno che prende su di sé una fatica grandissima per il bene degli altri. Nel caso di Cruise è però più corretto guardare ai predicamenti di Scientology, secondo i quali ogni persona può essere un thetan, cioè un individuo con poteri e capacità potenzialmente illimitate. Attraverso il miglioramento personale e spirituale ci si può liberare delle influenze negative che limitano il potenziale individuale. E Hunt è illimitato. Cruise pure, visto quel che fa, pensa di esserlo. Mission: Impossible – Final Reckoning, insomma, potrebbe anche essere il film più Scientology di sempre.

