La richiesta contenuta nella petizione chiedeva di istituire un meccanismo finanziario opzionale, aperto a tutti gli Stati membri su base volontaria e sostenuto da fondi dell’Ue.

Come funzionerà tutto nel concreto? Facciamo un esempio: uno stato membro in cui l’aborto è legale e sicuro potrà decidere di aiutare delle donne in difficoltà che si rivolgono a esso per poter accedere a un’interruzione volontaria di gravidanza (Ivg) perché nel proprio Paese d’origine è assente o difficoltosa. Per farlo può creare un progetto che permetterà l’accesso al fondo Fse+, come spiegato da Minzatu nella conferenza stampa. La vicepresidente ha anche precisato che i progetti sostenuti adesso saranno sostenuti anche in futuro, nella speranza che si rinnovino le stesse percentuali di investimenti nel sociale (e quindi nel fondo) alle prossime negoziazioni. Quanti fondi in più verranno stanziati dopo la scadenza del periodo, al momento non è possibile saperlo.

Ora è assodato che si possono usare fondi europei

Secondo i promotori dell’iniziativa – tra i quali l’Istituto 8 Marzo dalla Slovenia, i collettivi polacchi, quelli francesi di Ma Voix, Mon Choix, passando per gli spagnoli di Mi Voz, Mi Decisión dalla Spagna, Amnesty, Arci e Pro-choice – sarebbero circa 20 milioni le donne che non possono ricorrere a un’interruzione volontaria di gravidanza (Ivg) sicura a causa delle leggi restrittive presenti nel loro Paese. “La questione ora è assicurarsi che vengano destinate nuove risorse al Fondo Sociale Europeo – spiega Matteo Cadeddu, co-coordinatore in Italia della campagna –. Il passo in avanti che si è fatto è che la Commissione ha detto che si può finanziare un accesso all’aborto con fondi europei, e questo è un punto senza precedenti. Ora il grosso del lavoro sarà anche fare in modo che ci siano abbastanza fondi per farlo e che gli Stati li usino”.

In Italia la maggioranza è divisa

L’Italia ha raccolto più di 160mila firme, quasi al pari di Francia e Germania, con il supporto di oltre 40 collettivi e associazioni della società civile. “Questa decisione arriva mentre in Italia il governo Meloni continua a dare una chiara visione del ruolo della donna: dichiarare di non voler toccare la 194, ma nei fatti la svuota finanziando le organizzazioni antiabortiste nei consultori, dice che le interessa l’occupazione femminile, ma poi blocca il congedo parentale paritario. È quindi soprattutto una smentita politica della linea del governo italiano precisa Federica Vinci, co-coordinatrice di My Voice My Choice in Italia, che aggiunge: “E lo è ancora di più se si guarda a quanto accaduto al Parlamento europeo: la stessa maggioranza che sostiene Meloni si è spaccata. Una parte del gruppo di Forza Italia ha votato a favore dell’iniziativa. Una frattura nella maggioranza che pone una domanda inevitabile: qual è, davvero, la loro posizione sul diritto all’aborto in Italia?”

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