[ad_1] In Barbie c’è un monologo pronunciato da America Ferrera che espone le esasperanti e contraddittorie pretese che la società ha nei confronti delle donne; in Se solo potessi ti prenderei a calci (in originale, If I Had Legs I'd…
In Barbie c’è un monologo pronunciato da America Ferrera che espone le esasperanti e contraddittorie pretese che la società ha nei confronti delle donne; in Se solo potessi ti prenderei a calci (in originale, If I Had Legs I’d Kick You), una Rose Byrne da Oscar (nel frattempo, per la sua interpretazione in questo film si è già portata a casa il Golden Globe e l’Orso d’argento a Berlino) mostra cosa succede a una donna, moglie, madre e professionista che non può, umanamente, fare tutto, quando ci prova e finisce per raggiungere il limite fisico e mentale, il burnout totale. Questo sensazionale film (dal 5 marzo al cinema) girato in poco più di tre settimane si ispira alla vera vita della regista e sceneggiatrice Mary Bronstein e alla sua esperienza di madre con una bambina malata cronica. Se solo potessi ti prenderei a calci è un film sulla maternità, ma chiunque riuscirà a immedesimarsi in almeno una delle lotte quotidiane di Linda. “La verità è che essere genitori non è un’esperienza monolitica. Inoltre, ci si può identificare in vari aspetti della vita della protagonista perché ognuna di noi ha esperienze diverse” ha spiegato la Bronstein.
Per capire Linda bisogna partire dal titolo, che racchiude la frustrazione, il senso di impotenza, la rabbia repressa, la disperazione e l’ironia dell’eroina in un film che è tante cose: una dark comedy, un dramma familiare, un film grottesco, una parabola sociale, uno studio del femminile (e in particolare della maternità) e un body horror. Linda è una psicologa di mezz’età con una figlia piccola che va assistita giorno e notte, un lavoro mentalmente stressante, un marito che non c’è mai. Totalmente esaurita, si avvicina a velocità vertiginosa verso il baratro dopo la proverbiale ciliegina sulla torta: mentre si avvicina il giorno dell’intervento della bambina e i medici che l’hanno in cura la assegnano compiti impossibili, il soffitto di casa crolla. La perdita dell’appartamento le toglie anche l’ultima ombra di stabilità, quella del comfort casalingo, e costringendola a trasferirsi con la bambina in motel, mentre deve supervisionare – anche – i lavori di ricostruzione. Non è finita: una sua paziente in depressione post-partum, non contenta di scaricarle addosso tutte le sue energie negative, abbandona il pargolo nel suo studio e scompare.
