In condizioni normali, questo complicato sistema mantiene in moto il commercio globale. In tempi di crisi però può lasciare i lavoratori in un limbo, soprattutto se si trovano su navi poco regolamentate o di fatto abbandonate.
Casi come quello di Vijay rientrano in una zona grigia dal punto di vista legale. Il fatto che la proprietà, la registrazione e la gestione operativa delle navi afferiscano a paesi diversi fa sì che non ci sia un’unica autorità chiaramente responsabile quando qualcosa va storto. E anche una volta terminati i loro contratti, i lavoratori spesso hanno bisogno che gli armatori autorizzino il loro sbarco.
Se questa cooperazione svanisce, anche la possibilità di tornare a casa evapora. Organizzazioni sindacali come la Federazione internazionale dei lavoratori dei trasporti (Itf) affermano che è possibile intervenire, aggiungendo però che spesso qualsiasi azione dipende dal coordinamento tra le varie giurisdizioni e dalla collaborazione da parte degli armatori.
“Quando è scoppiata la guerra, abbiamo istituito un Comitato per proteggere i lavoratori marittimi nella regione“, afferma John Canias, coordinatore delle operazioni marittime dell’Itf.
L’organizzazione ha identificato alcune rotte marittime nella regione come aree ad alto rischio, tra cui il golfo Arabico, lo stretto di Hormuz e alcune parti del golfo di Oman, incoraggiando gli armatori a consentire ai lavoratori di rescindere i contratti nel caso in cui scelgano di non operare in quelle zone, dice Canias.
Ma anche queste misure si basano sulla cooperazione dei proprietari, che diventa difficile da ottenere quando si parla di navi abbandonate.
Il boom delle navi abbandonate
La nave di Vijay, la Mahakal, ha una storia documentata di problemi. Diverse organizzazioni affermano che è di proprietà di un privato e non è ufficialmente registrata presso l’Omi. E il suo non è un caso isolato.
Secondo la Federazione internazionale dei lavoratori dei trasporti, nel 2025 il numero delle navi abbandonate è stato il più alto di sempre (409), con più di 6.200 lavoratori marittimi coinvolti a livello globale. Oltre 150 di questi casi si sono verificati nella regione del Medio Oriente. I cittadini indiani sono quelli più colpiti dal fenomeno, seguiti da filippini e siriani. Attualmente nel golfo Persico sono bloccati anche cinquanta marittimi italiani.


