Netflix annuncia Zero ma siamo pronti per un cinema e una tv multirazziali?


Netflix annuncia una serie tv su ragazzi neri italiani. Una scelta coraggiosa in un mondo dello spettacolo – quello del nostro paese – conformista e che ha relegato attori di diverse etnie al massimo a ruoli da comprimari

Arriverà nel 2020 il primo progetto televisivo italiano con al centro una storia di neri. Non è in assoluto la prima volta che dei neri italiani cercano di farsi strada nell’industria del cinema e della televisione, sono stati raccontati diverse volte negli ultimi anni ma è la prima volta che una serie di primo piano parte da un autore nero italiano. È Antonio Dikele DiStefano, romanziere per Mondadori arrivato al quinto libro pubblicato a soli 27 anni, genitori angolani ma cittadino italiano.

Dal suo penultimo romanzo Non ho mai avuto la mia età, e con la sua collaborazione alla scrittura, sarà tratta Zero, la serie che Netflix metterà online nel corso del 2020.

Non è chiaro ancora chi sarà lo showrunner o chi la dirigerà, di fatto sarà una storia con protagonista, un nero italiano e la sua formazione, come del resto racconta il libro. Dai 7 ai 18 anni la vita di Zero in un quartiere di periferia milanese è un susseguirsi di esperienze tra il consueto (la formazione, lo svezzamento, gli anni difficili, la maturazione sessuale) e l’insolito (essere nero in avere genitori appartenenti ad un’altra cultura ecc. ecc.). Evidentemente Zero nasce con l’intento di essere uno sguardo diverso sul nostro paese, ma è anche, indirettamente, una maniera di porre l’accento su quello che sta cambiando nell’industria. Come nel resto dei settori anche al cinema e in televisione infatti gli italiani di seconda generazione guadagnano terreno con una fatica mai proporzionale al risultato.

Gli attori di etnie non italiane sono sempre dei comprimari nei film e nelle serie. Sono chiamati quando serve qualcuno con i loro tratti somatici e non quando serve un protagonista o una spalla dall’etnia non definita. In questo senso la sensazione dell’industria è che il pubblico non sia pronto a vedere un volto non bianco senza una ragione specifica, senza che non serva alla trama la presenza di qualcuno in parte straniero. In Italia quando l’etnia di un personaggio non è definitiva è sempre quella caucasica. Già la nostra industria del cinema ha un rapporto terribile con gli attori in generale, quando ne scopre di buoni e amati li usa e riusa e riusa fino allo sfinimento, è molto vittima del labile concetto di star e ha grande timore di sperimentare volti nuovi. Figuriamoci se si parla di volti con tratti africani o asiatici! Eppure sempre di più questo tipo di professionalità fanno parte del cinema, sono sempre più presenti, lavorano e cominciano a pretendere il loro spazio.

Claudio Giovannesi, in seguito regista di Gomorra e di film come Fiore, ha esordito con un documentario, Fratelli , che raccontava di ragazzi seconda generazione e con uno di questi ha poi realizzato Alì ha gli occhi azzurri, film di finzione che racconta molto bene il contrasto e le difficoltà di una persona con radici in una cultura e la vita in un’altra. Ma ancora prima nel 2009, Claudio Noce aveva diretto Good Morning, Aman, scoprendo Amin Nour, attore di origine senegalese, che è uno dei più attivi nella ricerca di una strada nel cinema e nella televisione italiana per attori non bianchi (ha anche diretto un corto dal sapore Spike Lee ambientato a Piazza Vittorio Indovina chi ti porto a cena). E ancora Suranga Deshapriya Katugampala aveva diretto ed interpretato Per un figlio, storia di un ragazzo seconda generazione e del rapporto con sua madre, mentre quest’anno Phaim Bhuiyan ha scritto, diretto e interpretato Bangla, che prende il tema in maniera più leggera facendo una commedia sentimentale interraziale.

A questi si aggiungono i molti attori di seconda generazione che tappezzano le produzioni italiane, seconde linee per definizione, nomi non noti ma volti familiari, come Valentina Izumi Cocco che era protagonista in Questa notte è ancora nostra (verso precursore delle storie d’amore interraziali italiane), Taiyo Yamanouchi, Jun Ichikawa (Distretto di Polizia) o la più internazionale Eugenia Tempesta (ha preso parte a Zoolander 2, Il premio, Tales Of Mexico, L’ispettore Coliandro). Sono molto spesso selezionati per produzioni straniere che girano in in proporzione più che per produzioni solo italiane. La percezione di un paese multirazziale è scarsissima e in un circolo vizioso questa porta alla scarsa propensione ad un casting diversificato. Zero è la possibilità di rompere il meccanismo, di mettere in primo piano una lunga serie di attori e volti di seconda generazione per fare da apripista a tutte le altre maestranze. Che poi è esattamente quel che fece Spike Lee con Fa la cosa giusta, far lavorare solo afroamericani in tutta la troupe per iniziare a cambiare la composizione dell’industria.

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