Non parlate di Carola Rackete ai bambini


Capitana coraggiosa che salva i più deboli. Il fatto di cronaca è esemplare, ma la scuola è restia a raccontare eventi di questo tipo: teme l’ira dei genitori politicizzati


Ci sono argomenti “da adulti” che sono stati, per decenni, i valori indiscutibili che genitori ed insegnanti trasmettevano ai bambini.
Il pacifismo, per esempio, e l’orrore della guerra.
L’altruismo.
La generosità.
L’onestà, il non raccontare le bugie.
E, soprattutto, il valore dell’aiuto: sostenere il compagno che resta indietro, il bambino disabile che resta da solo in classe a ricreazione, gli alunni che arrivano a metà anno senza sapere la lingua.

Diceva Gianni Rodari: “Quanto pesa una lacrima? La lacrima di un bambino capriccioso pesa meno del vento, quella di un bambino affamato pesa più di tutta la terra”.
E l’aforisma è stato letto in centinaia di classi, pubblicato sui sussidiari, proposto dagli insegnanti, perché faceva parte di un pensiero condiviso: i bambini devono sapere che i loro bisogni hanno lo stesso diritto di essere ascoltati, e accolti, di quelli di un coetaneo dall’altra parte del mondo.

Negli ultimi anni, e soprattutto negli ultimi mesi, sta succedendo però che quelli che ritenevamo essere paradigmi trasversali dell’infanzia hanno finito per sfilacciarsi di fronte alla lettura del mondo da parte degli adulti.
Mentre la scuola continuava, e continua, a proporre e premiare esempi di accoglienza, altruismo, pacifismo e onestà, alcuni genitori hanno iniziato a mettere in discussione quell’orizzonte ideale.

In maniera più o meno esplicita, quindi, i bambini hanno iniziato a fare i conti con due mondi idealmente in contrasto: la maestra che dice che è giusto prestare la penna al compagno di classe che non ha mai l’astuccio, e la mamma che dice di no perché poi bisogna andare in continuazione a spendere soldi in cartoleria.
L’insegnante che chiede ai bambini di accogliere il nuovo compagno di classe, e i genitori che si lamentano perché resteranno indietro con il programma.
La scuola che propone di approfondire il tema della pace, e i genitori che chiedono di potersi occupare di cose “più concrete e più spendibili”.
Questo scontro – che ha profonde radici antropologiche e sociali, e che è bene non liquidare in due righe – emerge anche in questi mesi con la vicenda ONG e, in particolare, intorno al Capitano Carola Rackete.

Se dovessimo scrivere un libro per bambini, l’attivista tedesca potrebbe corrispondere in tutto e per tutto all’eroina di una fiaba: dopo aver girato il mondo e imparato a comandare una nave rompighiaccio, sceglie di dedicare la sua vita agli altri, salvando 42 persone – tra cui donne e bambini – dall’annegamento nel Mediterraneo.
Ma lo scontro in atto tra il governo e le ong sta permeando il dibattito pubblico instillando il dubbio – in assenza di prove – che le Associazioni Non Governative incentivino le partenze o che governino un sistema di corruzione in accordo con i trafficanti libici. E all’interno di questa narrazione, il ruolo di Carola Rackete si sposta da quello di eroina a quella di antagonista.

Circa il 35% degli elettori italiani crede alla corruzione delle ong. Il dato sicuramente non si traduce in un 35% di papà e mamme di bambini iscritti alla scuola primaria e secondaria inferiore, ma è pur vero che parlare nelle classi di un argomento così delicato potrebbe scatenare le ire di qualche genitore. E nessuno come gli insegnanti è cosciente di questa trasformazione radicale.
La scuola, davanti allo scontro valoriale in atto a livello nazionale e internazionale, di fatto sta arretrando come non aveva mai fatto prima.
I temi trasversali (non solo della scuola: pensate a quante storie di pacifismo, di accoglienza, di altruismo trovavano voce nelle canzoni dello Zecchino d’oro, nelle fiabe per bambini, nei libri per l’infanzia, fino a qualche anno fa) sembrano non esistere più.

Gli educatori, gli insegnanti si muovono su un terreno minato dove, a parlare di etica, si finisce per essere accusati di fare politica.
Una figura come quella di Carola Rackete, quindi, arriva ai bambini attraverso i telegiornali e, a volte, dalle parole dei genitori, ma non trova nella scuola uno spazio di indagine, di riflessione.

Salvare delle persone non è più, per i bambini di questa generazione, un valore assoluto e imprescindibile, un valore morale, l’orizzonte etico da tenere presente per diventare adulti.
È invece un terreno di battaglia, di accusa, di scontro. E in quanto tale, molte scuole preferiscono non addentrarcisi, per evitare conflitti con le famiglie, anche e soprattutto nel nome del benessere dei bambini, che si troverebbero a dover gestire informazioni profondamente contrastanti sul piano morale.

Quali conseguenze avrà, sui bambini, una scuola che non condivide un sistema etico di base con i genitori? Non lo sappiamo perché una dimensione così diffusa e capillare non ha precedenti, nell’Italia democratica.
Quando i bambini nati nell’era dello scontro mediatico tra buonisti e cattivisti saranno diventati grandi, lo scopriremo.

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