Nucleare di quarta generazione, cosa vuol dire?



Da Wired.it :

“Per quanto riguarda la sicurezza, invece – aggiunge il docente – ci sono due punti da considerare: uno, il fatto che all’aumento della velocità di reazione corrisponda lo spegnimento della reazione stessa, per scongiurare fenomeni non controllabili; due, la possibilità di confinare in modo sicuro le scorie nel reattore nel caso qualcosa dovesse andare storto”. 

Un’altra possibilità: i “reattori modulari”

C’è comunque un’altra strada, almeno secondo Minopoli. “Anche se al momento – spiega – non esistono reattori di quarta generazione, bisogna considerare che da quando si è iniziato a parlarne come del ‘futuro del nucleare’ la scena è un po’ cambiata. Oggi la prospettiva più interessante è quella di ridimensionare le centrali energetiche, servendosi dei cosiddetti ‘reattori avanzati’, oppure ‘piccoli reattori modulari’ [Small modular reactors, Smr, ndr]. Si tratta di reattori di dimensione molto piccola, in grado di produrre una potenza che va da 5 a 300 megawatt circa, e i cui tempi e costi di realizzazione sono molto più brevi”. Entro il 2027, dicono i più ottimisti, e comunque ben prima del 2050. “Questi reattori, tra l’altro, sono fruibili anche per usi non elettrici aggiunge Minopoli – come per esempio la produzione di idrogeno o la produzione di calore”. 

Al momento ne esistono soltanto due in operatività (in Cina e in Russia). Altri sessanta circa sono in fase di sviluppo, a vari gradi di avanzamento. C’è da dire, comunque, che anche rispetto alla “soluzione agile” degli Smr non mancano le perplessità, soprattutto sulla questione di replicare questi modelli su larga scala e sulla fattibilità di mettere in piedi, in tempi brevi, tutta la filiera necessaria ad avviare la produzione: centri di produzione del combustibile e impianti per arricchire l’uranio, oppure, nel caso si volesse utilizzare l’uranio naturale, miniere da cui estrarlo, acqua pesante e impianti per ricavarla dal mare. Per non parlare della rete di trasporti e della logistica: una sfida tutt’altro che semplice, insomma.

In ogni caso, Minopoli spiega che continuare a servirsi del nucleare non vuol dire necessariamente costruire nuove centrali. “Credo che il ricorso al nucleare sia assolutamente indispensabile, visti i target climatici che ci siamo posti – spiega -. C’è un grande fraintendimento, però: quando si parla di ‘contributo nucleare’ ci si riferisce, in gran parte, all’utilizzo delle centrali già esistenti (che al momento producono, a livello globale, 399 gigawatt di potenza), estendendone il ciclo di vita e aumentandone l’output energetico”. 

L’elefante nella stanza, ovviamente, riguarda le scorie, ovvero i residui della fissione: materiale che può continuare a emettere radioattività anche per migliaia di anni, e che va stoccato in sicurezza (ne sappiamo qualcosa, date le nostre difficoltà con la costruzione del deposito definitivo per le scorie nucleari). “È vero che la fissione nucleare non produce gas climalteranti – dice ancora Tartaglia – ma, qualsiasi tipo di reattore si voglia utilizzare, con qualsiasi tecnologia, ci sarà sempre il problema delle scorie radioattive. Durante un processo di fissione, si generano diversi tipi di isotopi, in maniera non prevedibile, un po’ come i pezzi di un petardo che scoppia: alcuni di essi hanno un tempo di dimezzamento abbastanza breve, e quindi sono relativamente meno pericolosi; altri, invece, decadono su tempi lunghissimi, e quindi vanno stoccati in sicurezza”



[Fonte Wired.it]