“Il contenuto di calore degli oceani è, per molti aspetti, il termostato più affidabile del pianeta”, spiega Abraham. “È lì che finisce tutto il calore ed è per questo che quasi ogni anno registriamo un nuovo record: perché gli oceani ne assorbono quantità enormi”.
Come misuriamo il calore degli oceani
Le stime sul riscaldamento degli oceani riportate nel nuovo lavoro sono state elaborate combinando modelli matematici sull’aumento delle temperature con grandi quantità di dati raccolti in tutto il mondo.
L’umanità tiene traccia delle temperature degli oceani da molto tempo. Benjamin Franklin, per esempio, annotò quelle del mare durante i suoi viaggi transatlantici. Negli anni Settanta dell’Ottocento, la spedizione dell’Hms Challenger – a cui viene largamente ricondotta la nascita della moderna oceanografia – estese le osservazioni anche a profondità maggiori. Il monitoraggio regolare ben al di sotto della superficie, tuttavia, è relativamente recente. I dati più antichi dello studio risalgono agli anni Sessanta, quando alcune marine militari iniziarono a rilevare le temperature degli strati profondi dell’oceano.
Uno degli strumenti chiave che ha rivoluzionato la comprensione delle temperature oceaniche profonde è la rete internazionale Argo floats, composta da oltre 3.500 boe robotiche entrate in funzione nei primi anni Duemila per raccogliere dati sugli oceani di tutto il mondo.
Oltre ai dati Argo, lo studio si basa su informazioni provenienti da molte altre fonti, tra cui boe, scafi di navi, satelliti, modelli algoritmici addestrati su specifici insiemi di dati oceanografici e persino animali. “Applichiamo strumenti di misurazione a mammiferi che nuotano sotto i ghiacci, così da registrare le temperature mentre si muovono”, spiega Abraham. “Riescono a raccogliere dati in luoghi dove i nostri robot non possono arrivare”.
“È davvero notevole che riescano a ottenere risultati così coerenti utilizzando più dataset”, osserva Raphael Kudela, professore di scienze oceaniche all’università della California a Santa Cruz, che non è stato coinvolto nello studio. Secondo Kudela, lavori di questo tipo aiutano a rendere evidente quanto profondamente il cambiamento climatico stia alterando il pianeta.
“Quello che spesso non si coglie è che ci sono voluti 100 anni perché gli oceani si riscaldassero a quelle profondità”, aggiunge. “Anche se smettessimo oggi di usare combustibili fossili, servirebbero centinaia di anni perché quel calore si redistribuisca negli oceani. È un costo che continueremo a pagare a lungo”.

