Sempre più ricerche, negli ultimi decenni, hanno approfondito gli effetti positivi del contatto con la natura sulla salute fisica e mentale, oltre che sul benessere generale. Immergersi nel verde, in particolare, migliora l’umore, il funzionamento cognitivo e la capacità di gestire ansia e stress.
Ben poca attenzione è stata dedicata invece a quelle persone che non sembrano provare alcun beneficio dal tempo trascorso nella natura e che sperimentano, piuttosto, paura o disgusto per la flora e la fauna selvatica.
Questo sentimento di avversione per il mondo naturale si chiama biofobia, e può manifestarsi con diversi livelli di intensità a seconda dei casi. Alcune persone, infatti, hanno delle paure talmente radicate e invalidanti da necessitare di un supporto terapeutico, altre, invece, provano solo un vago senso di disagio quando si trovano in ambienti troppo diversi da quello urbano.
Johan Kjellberg Jensen, ricercatore in scienze ambientali all’Università di Lund, è il primo autore di una revisione sistematica su quasi 200 ricerche in psicologia, scienze sociali e ambientali che hanno indagato questo fenomeno. Come racconta l’autore su The Conversation, nonostante la letteratura scientifica sull’argomento sia aumentata nel corso degli ultimi anni, gli studi condotti sono comunque pochi rispetto a quelli dedicati al sentimento opposto: la biofilia, ovvero l’innato senso di affinità con la natura.
La comprensione limitata di questo tipo di avversione, dei fattori che la causano e delle possibili strategie per attenuarla rappresenta un problema perché, come hanno dimostrato alcune ricerche, la biofobia sembra compromettere sia il benessere individuale, riducendo gli effetti positivi che le persone solitamente traggono dal contatto con la natura, sia il loro impegno per la difesa dell’ambiente e della biodiversità.
Le cause della biofobia
Per riuscire a promuovere l’armonia con la natura, bisogna innanzitutto comprendere le ragioni di questa “disconnessione”. In letteratura sono state individuati diversi fattori legati all’origine della biofobia, che Jensen e coautori hanno classificato tra “interni” ed “esterni”.
Tra quelli del primo tipo troviamo una serie di caratteristiche individuali quale l’età, le condizioni fisiche, il livello di salute e le conoscenze in materia di ambiente. Ad esempio, pare che le persone che si sentono deboli fisicamente e in uno stato di salute non ottimale hanno maggiori probabilità di provare avversione verso il mondo naturale (principalmente nei confronti degli animali selvatici, soprattutto quelli carnivori), mentre chi possiede una buona conoscenza degli ambienti naturali non prova particolare disagio quando si trova immerso nel verde.
I fattori che invece Jensen e coautori definiscono “esterni” riguardano il contesto cui si abita (se urbano o di campagna, ad esempio) e l’insieme delle tradizioni culturali, degli insegnamenti familiari, delle credenze religiose, delle rappresentazioni mediatiche e, in generale, di qualunque narrazione sulla natura in grado di influenzare la percezione collettiva. A tal riguardo, l’autore propone l’esempio del film Lo squalo, che sembra aver contribuito a diffondere la paura verso questi animali marini.


