Da Wired.it :

Per cercare di chiudere i lavori con qualche risultato, i negoziatori hanno diviso gli emendamenti in due categorie. Da una parte, ci sono i crimini informatici che convincono la maggior parte dei partecipanti, e quindi hanno più probabilità di finire nella futura lista dell’Onu. “Solo otto proposte non sono oggetto di dibattito”, spiega la ricercatrice. E sono i reati informatici veri e propri. Ossia gli articoli 6 (accesso illegale), 7 (intercettazione illecita), 8 (interferenze con dati e informazioni digitali), 9 (interferenze con sistemi o dispositivi di comunicazione), 10 (abuso di dispositivi o programmi), 11 (falsificazione di dati), 12 (frodi informatiche) e 18 (violenze online su minori).

Una chat di Whatsapp

I ministri degli Interni dei 27 Paesi dell’Unione hanno dato il loro appoggio alla proposta “Chatcontrol” della Commissione, che per contrastare lo scambio di materiale pedopornografico vuole autorizzare l’intrusione nelle conversazioni private

La Cina contro le fake news

Dall’altra ci sono le proposte più controverse e dibattute. “Mentre la prima categoria è stata discussa nell’assemblea plenaria – racconta Bannelier – le discussioni della seconda sono state relegate a incontri informali”. A questi tavoli sono arrivate idee come quella di ideare un reato globale di incitamento alla sovversione. Ma anche il riciclaggio di denaro, già coperto da altri trattati. E proprio in questa seconda categoria si è intrufolata la Cina con la sua idea di criminalizzare la diffusione di informazioni dannose. Una lotta alle fake news che nelle mani del regime di Pechino potrebbe essere usata per silenziare chi pubblica contenuti invisi al Dragone. “Ci aspettiamo che gli Stati occidentali reagiscano in maniera forte – osserva la docente -. Credo che non arriverà alla versione finale della convenzione”.

Tuttavia è il sintomo di un trattato sul crimine informatico strattonato da più parti.È vero che la diffusione di informazioni false, fake news e disinformazione è un problema per tutti gli Stati dice la ricercatrice -. Ma se è un terreno scivoloso per gli Stati democratici, figuriamoci come Stati non democratici come la Cina potrebbero sfruttare la tesi di combattere false informazioni per limitare la libertà di espressione e per perseguire oppositori politici, giornalisti e attivisti per i diritti umani”.

Attacco alla privacy

Ma anche gli Stati Uniti hanno messo nel mirino un diritto, come quello alla protezione dei dati personali, intoccabile per gli europei, ma sacrificabile per Washington sull’altare delle indagini. L’articolo 42 della bozza della convenzione mette nero su bianco condizioni e salvaguardie in caso di indagini. Pesi e contrappesi. La formulazione prevede che ogni attività investigativa debba preservare le libertà fondamentali e, nello specifico, rispettare la protezione dei dati e i principi di proporzionalità, necessità e legalità. Tutele che Stati Uniti, Egitto, Pakistan, Oman e i paesi caraibici sono disposti ad annacquare, perché dicono “che questi termini non sono universalmente accettati e non si trovano negli strumenti internazionali”, riferisce Bannalier. 



[Fonte Wired.it]