Se dietro i successi degli atleti olimpici c’è un decisivo e spesso poco noto lavoro di squadra, il concetto si dilata ancora di più quando si parla di Paralimpiadi. Le disabilità visive e le amputazioni di braccia e gambe aumentano le difficoltà degli sportivi, le cui prestazioni dipendono anche dal tipo di ausilio che utilizzano. Protesi, ortesi, tutori, carrozzine sono gli oggetti più conosciuti di un settore in forte crescita, sia in termini industriali, sia a livello tecnologico. Le stime più recenti delineano in circa un miliardo le persone disabili attualmente presenti nel mondo, di cui tre milioni si trovano in Italia. E tra questi ultimi, uno su tre pratica una disciplina sportiva. Numeri importanti per un comparto che resta di nicchia, ma in costante espansione.
Gli ausili per la disabilità e il ruolo da protagonista dell’Italia
Restando nel nostro paese, secondo un’analisi di Mediobanca, le 51 aziende dedite a presidi ortopedici e ausili per la mobilità (accomunate da un fatturato superiore a 5 milioni di euro e una forza lavoro superiore a 17 unità) hanno registrato nel 2024 un giro d’affari di 1,3 miliardi di euro. Un dato che segna un rialzo del 4,8% sull’anno precedente e del 17,3% rispetto al 2022, con un ulteriore +5% per il 2025 e previsioni di crescita del 7% sull’anno in corso. Una crescita sostenuta in un ambito frammentato ed eterogeneo, dove l’abilità delle imprese italiane continua ad attirare investitori e fondi stranieri. L’ultima dimostrazione in ordine cronologico sta nel cambio di proprietà della modenese G21, attiva nello sviluppo di soluzioni innovative nei biomateriali, creata dalla famiglia Foroni e acquisita nel luglio 2025 dal fondo britannico G Square Capital Healthcare. “L’interesse delle società estere è legato soprattutto alla qualità delle competenze italiane, alla capacità di innovazione delle imprese e alla presenza di filiere produttive altamente specializzate, elementi che rendono il nostro Paese un punto di riferimento a livello internazionale“, spiega Elena Menichini, Presidente dell’associazione delle imprese di Ausili di Confindustria Dispositivi Medici e CEO di Ormesa.
Altre due peculiarità del comparto degli ausili per la disabilità riguardano la produzione, che per il 95% è realizzata in Italia, e l’export che vola, con due prodotti su tre venduti all’estero. Nel primo caso, è la particolarità degli oggetti a determinare l’impossibilità di delocalizzare l’attività produttiva. “Si tratta di dispositivi che richiedono un elevato livello di personalizzazione e una stretta integrazione tra competenze tecnologiche, cliniche e riabilitative. Molti ausili vengono progettati e adattati alle esigenze specifiche della persona, grazie a professionisti sanitari e figure tecniche altamente specializzate. Ciò richiede una collaborazione continua tra imprese, centri clinici e laboratori, rendendo il legame con il territorio un elemento fondamentale del processo produttivo“, chiarisce Menichini. La base dell’ecosistema è la capacità di ricerca di alto livello, primo step per lo sviluppo di queste tecnologie: i centri di ricerca sulla robotica e sulle tecnologie assistive, senza tralasciare i centri di riabilitazione, sono diventati riferimenti internazionali per la creazione di protesi avanzate e bioniche. L’intreccio di queste realtà con le aziende ha permesso all’Italia di emergere come un polo innovativo nello sviluppo di tecnologie per l’autonomia delle persone con disabilità.
In un contesto caratterizzato dalla presenza di tante piccole e medie imprese altamente specializzate, di cui il 70% si trova nel Nord Italia (in prevalenza Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna), la combinazione tra competenze artigianali, tecnologie avanzate e integrazione con il sistema sanitario rappresenta uno dei principali punti di forza del comparto. Da qui il riconoscimento di un ‘made in Italy’ meno noto al grande pubblico ma evidente nelle richieste provenienti dall’estero.



