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Pegah Moshir Pour racconta i giorni delle proteste senza precedenti e della repressione da copione in Iran

di webmaster | Gen 16, 2026 | Tecnologia


La propaganda divide, confonde, paralizza. “Noi dobbiamo essere sobri, critici, non farci dividere. In questo momento non contano le ideologie, contano le vite”. Nei racconti che arrivano a Pegah Moshir Pour dall’Iran ci sono persone che chiedono che si continui a parlare di loro. “Se smettete di parlare di noi ci ammazzano”, è un richiesta disperata di visibilità e pressione internazionale, anche quando questa pressione fa paura o porta con sé nomi controversi, come quello del presidente statunitense Donald Trump.

Trump e la disperazione di chi sta morendo

Io non posso parlare per chi è pronto a morire nelle piazze. Se nulla ha funzionato in 47 anni, è normale che qualcuno pensi a qualcosa di più drastico, anche perché non c’è nulla di più drastico di vivere sotto questo regime“, dice anche in riferimento alle dichiarazioni di Donald Trump e all’ipotesi di un intervento.

Se Trump vorrà intervenire militarmente ovviamente sarà l’ennesimo sacrificio enorme e nessuno vorrebbe una cosa simile”. Nessuno lo desidera davvero, ma nessuno si sente più protetto in Iran. “Una madre mi ha detto che Teheran, al mattino, odora di sangue. Questo dice tutto”.

Giovani senza gioventù

E i giovani? Quelli che dall’esterno vediamo ballare, studiare, sorridere sui social. “Non hanno mai avuto una gioventù – spiega Pegah –. Vivono sotto controllo da quando sono bambini, divisi per genere, per etnia”. Ogni gesto può diventare una colpa, “non è un caso che l’uso di antidepressivi e ansiolitici sia così diffuso”.

I giovani iraniani all’estero vivono questi giorni come sospesi. “Vanno all’università, al lavoro, ma sono degli zombie. Sono anche stati invitati dall’ambasciata iraniana con un’email a non partecipare a proteste e a lasciare scorrere le propagande del nemico. Ma l’unico vero nemico è il regime degli Ayatollah, è quello deve essere combattuto“. Nel 2026, soprattutto per la gen Z, spiega Pegah, tutto questo non è più accettabile. “Non vogliono più sopravvivere, vogliono vivere”.

Perché questa protesta è diversa

Questa protesta non è solo più estesa o più violenta, secondo Pegah Moshir Pour è irreversibile. “Ogni volta che i Bazaari si sono mossi è successo qualcosa. L’ultima volta era il 1979”. Oggi non c’è una fiducia cieca in un leader, c’è semmai una richiesta basilare: che ci sia un garante per la stabilità, che ci sia un passaggio di potere e che vengano indette elezioni libere. “Chi non ha mai conosciuto la libertà, non può permettersi il lusso del purismo politico”, e per questo si guarda anche al passato. “Si fa il nome di Reza Pahlavi non come ritorno alla monarchia, ma come possibile garante di questa transizione. Mettiamoci nei panni chi non ha mai conosciuto la libertà”, insiste l’attivista.

“L’Europa deve mantenere una linea dura”

Sul futuro dell’Iran, Pegah Moshir Pour guarda all’Unione europea. “Spero che l’Europa continui a mantenere una posizione ferma contro il regime iraniano”, dice. “Spero che inserisca i guardiani della Rivoluzione e i Basij nella lista delle organizzazioni terroristiche, che non faccia passi indietro”. Ma soprattutto si immagina un Iran che assomigli finalmente ai suoi cittadini: “Quando le proteste finiranno, non sarà un ritorno, sarà un nuovo inizio!”.

Un nuovo Iran dove nessuno possa più essere ucciso per un post, una foto, un bacio. Un Iran che oggi, sconnesso dal resto del mondo, continua a chiedere una cosa sola: che il mondo si connetta con la sua popolazione.



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Scritto da Flavio Perrone, consulente informatico e appassionato di tecnologia e lifestyle. Con una carriera che abbraccia più di tre decenni, Flavio offre una prospettiva unica e informata su come la tecnologia può migliorare la nostra vita quotidiana.

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