Per capire l’Amazzonia, iniziate da questi libri


(foto: MAURO PIMENTEL/AFP/Getty Images)

Il Brasile brucia e noi assistiamo inermi alla distruzione di uno dei polmoni della Terra. Ma se oggi quel gigantesco organo vitale è conteso tra i governi del mondo, tra gli interessi di un Jair Bolsonaro e quelli dei leader del G7 che paiono volerlo preservare, un tempo il Brasile amazzonico è stata una delle candidate principali a conservare il segreto dell’Eldorado: un posto celato e lussureggiante, preservato da vegetazione e alte montagne, abitato da uomini naturalmente felici, con grande ricchezza naturale e senza discordia, come l’aveva descritto il Voltaire del Candide. Ovviamente Candido e il suo compagno di viaggio Cacambo, nell’opera del filosofo francese, se ne partivano anche loro dall’Eldorado ben remunerati da un imperatore poco avveduto, “con venti montoni da basto carichi di viveri, trenta che portavano di regali, consistenti in ciò che il paese aveva di più raro, ed altri cinquanta carichi d’oro, di pietre, e di diamanti…”. L’Amazzonia brasiliana è un bel bottino americano da espropriare fin dalle prime spedizioni, e il fuoco che oggi la rende cenere è segno di rapina e interessi privati attuali, ma in fondo anche antichissimi.

La storia segnata dell’Amazzonia brasiliana ce la spiega bene un saggio di Massimo Livi Bacci, demografo fiorentino e autore del libro Amazzonia – L’Impero dell’acqua (1500-1800), uscito nel 2012 per il Mulino, dove passa in rassegna con verve le esplorazioni, evangelizzazioni e navigazioni di vari illustri o meschini viaggiatori e gesuiti europei, spagnoli e portoghesi in primis. Si va da il Pinzòn comandante della Nina di Cristoforo Colombo che per primo ha avvistato il Rio della Amazzoni, di seguito usato come vena principale nell’esplorazione improvvisata di Francisco de Orellana e del suo scrivano il frate Carvajal. Quel Carvajal che descrisse nella sua Relaciòn del nuevo descubrimiento del famoso Rìo Grande la struttura della società indigena amazzonica, con dovizia di particolari (e soprattutto frequenti controprove della non assoluta primitività delle varie tribù indigene). Racconta di una società ben strutturata, con molti avanzamenti tecnologici, disposta al baratto, e dove il ruolo delle donne era tutt’altro che limitato. Non a caso il nome Amazzonia pare sia stato coniato da Carvajal stesso per via della fierezza e ferocia delle donne guerriere di una tribù che si contrappose con forza alle prime esplorazioni.

La ferocia, la razzia, la pazzia febbrile a seguito dell’incontro con l’esotico, pare così più prerogativa degli europei, benché ci sarebbe da menzionare il Brasile descritto di nuovo come un Eldorado negli scritti di viaggio tra l’Orinoco e le Amazzonia di Alexander Von Humboldt, geografo, esploratore, uomo prometeico e leggendario – sull’esempio straordinario della sua vita si consiglia L’invenzione della natura di Andrew Wulf, uscito in italiano per Luiss University Press nel 2017. O, a parziale difesa degli europei, si potrebbe citare la battaglia per la foresta amazzonica e le sue culture di personaggi pubblici e rockstar – tra i tanti, Sting che nel lontano 1987 ha fondato il Rainforest Foundation Fund, una ong in difesa delle popolazioni indigene che ogni anno metteva in piedi (almeno fino al 2016) il concerto Rock For The Rainforest, al quale parteciparono anche le glorie della musica brasiliana come Jobim, Caetano Veloso e Gilberto Gil.

Al riguardo delle esplorazioni amazzoniche e della loro violenza, c’è però anche tutta una certa letteratura europea contemporanea, che certo non vuole rivendicare una prerogativa eurocentrica. Ha scritto ad esempio alcuni surreali racconti lo scrittore francese Bernard Quiriny con il suo libro Storie assassine, uscito per L’Orma editore nel 2016 (sebbene si debba riconoscere che le sue storie amazzoniche sia più ricche di stupore e di fantastico che di cruda violenza). Quando ci troviamo con Quiriny di fronte ai gesti folli delle varie tribù di indios incontrate nel ciclo di testi Il giro d’Amazzonia – c’è chi è intento tutto il giorno a scavare buche per terra, chi a cavarsi gli occhi da giovane, perché in fondo sa che “gli occhi servono agli uomini soltanto per piangere” – ci viene da pensare che gli indios siano usati come specchi di una follia perversa tutta nostra, che in essi si manifesta in una sorta di nonsense verso la vita.

O se fosse il contrario? Se intere nazioni europee hanno espropriato il Brasile, c’è chi pensa anche il contrario, che l’espropriazione si debba invece chiamare: cannibalizzazione dell’europeo! Si potrebbe citare quel bizzarro e divertente Manifesto Antropófago del 1928 di Oswald de Andrade, che faceva parte del gruppo dei primi avanguardisti brasiliani e si richiamava alle popolazioni amazzoniche come a dei semidei. De Andrade gridava dal suo manifesto come un Marinetti carioca come fosse stato il Brasile il vero padre dell’Europa, scrivendo stentoreo “Prima che i portoghesi scoprissero il Brasile, il Brasile aveva scoperto la felicità!”, con l’idea che le antiche culture amazzoniche fossero già le più moderne del mondo, avessero giù un’ideale di giustizia, di libertà. De Andrade arriverà persino a parodizzare l’Amleto: “Tupy or not tupy, that is the question”, esclama nel testo, giocando con il nome di una delle etnie più diffuse (e ben pratiche di cannibalismo).

Stesso cognome, pari bizzarrie si possono trovare in un altro classico del modernismo brasiliano, quello straordinario Macunaima di Mario de Andrade (oggi per Adelphi), epopea tra reale e fantastico di un ragazzo della foresta vergine, il quale, morta la sua amata dea Ci, riversa le sue trasformazioni magiche – è uno shape-shifter, tra le altre cose e gli altri vizi da tipico trickster cazzaro – esplorando il mondo delle grandi città Sao Paulo e Rio, nell’eterno scontro tra natura e città, vegetazione e modernità, che in Brasile si ripropone ad esempio nell’opera di Jorge Amado in riferimento  alla sua tanto amata Bahia.

Al bizzarro cannibalismo surreale degli Andrade si sono in realtà richiamati altri anche di recente, non ultimo l’antropologo Eduardo Viveiros de Castro, poco noto da noi ma molto importante a livello internazionale, con il suo Metafisiche cannibali (Ombre corte, 2016). Castro pare in particolare essere molto legato a una delle scrittrici brasiliane che fu definita una Virginia Woolf amazzonica: Clarice Lispector. Figlia di emigrati ebrei ucraini, passò l’infanzia e l’adolescenza a Recife (che influenzò sicuramente il suo primo romanzo Vicino al cuore selvaggio), visse una maturità travagliata in viaggio (tra gli altri, visse col marito in Amazzonia, ma anche a Napoli), e subì un tragico epilogo nella malattia a Rio, nel 1977. I suoi romanzi spesso inclassificabili sono arrivati in Italia per tappe, ma solo oggi stanno riscuotendo il meritato successo di una scrittura selvaggia e multiforme, che l’ha consacrata tra gli scrittori brasiliani più importanti di sempre – “voglio scrivere movimento puro”, dichiarava come principio di poetica. In uno dei primi romanzi usciti in Italia tempo fa, La mela nel buio – oggi incluso nell’antologico volume Le passioni e i legami, pubblicato da Feltrinelli – la scrittrice raccontava il ritorno alla natura, in parte contrario a quello di Macunaíma, di un uomo, Martim, che fugge da un delitto ma non dalla propria pazzia, nascondendosi nelle occupazioni di una fazenda. La Lispector è però l’esempio perfetto di un ibrido europeo-brasiliano che raggiunge i suoi livelli più alti nella confessione multiforme del libro Acqua viva, riproposto di recente da Adelphi. Un’immaginazione amazzonica, si direbbe.

A rileggere però il summenzionato La mela nel buio ci viene in mente anche una recente uscita di Sur edizioni. Parlo del Daniel Galera di Barba intrisa di sangue, un romanzo brasiliano uscito nel 2018, che però alla fuga dalla città verso la natura associa non la foresta vergine, quanto il mare, il villaggio paradisiaco di Garopaba, dove il protagonista si trasferisce per indagare la morte sospetta del nonno. E va dato merito a Sur nell’aver proposto in Italia anche Raduan Nassar: scrittore di poche opere che molti definiscono memorabili, considerato tra i massimi scrittori brasiliani, nel 1984 Nassar si è ritirato dalla scrittura per vivere in aperta campagna e fare l’agricoltore. Ironia della sorta o meno, di rigide campagne brasiliane da abbandonare da parte di figli inquieti aveva scritto nel suo romanzo Il pane del patriarca, uscito a marzo in Italia proprio per Sur. Simile scenario, la natura brasiliana, ma con una storia differente, che troviamo nell’altro romanzo pubblicato, Un bicchiere di rabbia. Quella di Nassar è una natura certo compromessa dalla presenza umana, nelle sue discordie come nelle sue passioni.

Se l’Amazzonia abbandonata oggi brucia e si disbosca diventando tragicamente Sertão, la pianura arida del nord-est che ha ispirato forse il più grande capolavoro del Novecento brasiliano, ovvero quel Grande Sertao di João Guimarães Rosa – e se volete inoltrarvi in una natura nervosa e mistica comparabile a quella della Lispector leggete anche i racconti raccolti in Tutameia, pubblicato da noi per Del Vecchio – il Brasile e la sua coscienza letteraria l’hanno sempre venerata come quella grande fonte umida di vita e allucinazioni, di cannibalismo necessario, ma anche di purezza.

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