
Ma con il cambiamento della società e del pubblico, l’emergere della Corsa allo Spazio (si esatto, Toy Story non si è inventato niente) il pubblico aveva cominciato a cambiare. Il ‘68 e la giusta rilettura della Frontiera dal punto di vista storico e culturale, avevano però prodotto il filone revisionista, fatto di capolavori come Soldato Blu, Piccolo Grande Uomo, Corvo Rosso non avrai il mio scalpo! a cui si aggiungere il corso degli spaghetti western di casa nostra. Ma la fantascienza e i blockbuster erano sempre più importanti. Poi arrivò Michael Cimino, quel disastro finanziario che fu I cancelli del cielo. Le Major non vollero più saperne dei western e per il resto decennio, il genere sopravvisse grazie ai film di Clint Eastwood, Walter Hill, a serie tv, con episodici successi come quel Silverado che aveva lanciato proprio Kevin Costner. Balla coi lupi attirò l’interesse della Orion Pictures, altri soldi vennero dalla vendita dei diritti all’estero. 22 milioni di dollari per cinque mesi tra Sud Dakota e Wyoming, nelle Badlands e Colline Nere, lì dove la tragedia di un popolo si era compiuta.
Il film l’abbiamo visto tutti così tante volte che riassumerne qui la trama sarebbe un’offesa. Occorre dire però che Balla coi lupi, che segue il Tenente John Dunbar, eroe un po’ per caso della Guerra di Secessione, che entra in contatto con una tribù di Lakota e ne diventa progressivamente sempre più legato, è soprattutto un racconto di vicendevole salvezza. All’epoca qualcuno accusò Balla coi lupi di essere un perfetto esempio di racconto del “white savior”, il bianco che arrivava come una sorta di Gesù Cristo per salvare i “selvaggi”. Il già citato film di Silverstein, era per molti il classico esempio, ma si poteva citare anche L’amante indiana di Delmer Daves. Tale atteggiamento era stato visto anche in film Glory, Il buio oltre la siepe, Conrack o lo stesso Dune. Balla coi lupi però era diverso. John Dunbar è un uomo solo, depresso, va verso la Frontiera perché della civiltà, quella da cui proviene, si è stancato. Sarà grazie a Uccello Scalciante (Graham Greene), a Vento nei Capelli (Rodney A. Grant) e a Alzata con pugno (Mary McDonnell), un’altra sopravvissuta come lui, a quel popolo nomade, che John troverà uno scopo.
Una nuova rappresentazione di un popolo
“Non avevo mai saputo chi fosse veramente John Dunbar. Quel nome per me forse non aveva mai significato nulla. Invece, sentendo gli indiani scandire il mio nome Sioux, per la prima volta in vita mia, capii veramente chi ero”. Una confessione che è un rinnegare il suo mondo, abbracciare quello di quel popolo, del suo nuovo io. Ecco di cosa tratta Balla coi lupi. Costner recupera la dimensione epica del western classico, ma la illumina di un’essenza più realistica, più verosimile e meno trionfalistica. Valorizza una natura magnifica, incredibile, quelle Grandi Pianure dove i bisonti a milioni garantivano il sostentamento ad un’intera civiltà. C’è, inutile negarlo, una forte influenza new age in Balla coi lupi. Il ritorno alle origini, gli animali come portatori di significati simbolici potenti, trascendenti l’umana condizione. La scelta della voce narrante fu criticata, ma rimane perfetta per illustrarci un diario personale complesso, articolato e profondo. In questi 35 anni è difficile capire quale sequenza sia la più bella. La battaglia iniziale? La morte di Simmons per mano del sanguinario Capo Guerriero Pawnee (un Wes Studi strabiliante)?

