Vorrei dirvi che, dall’ultima volta che ci siamo scritti e letti qui, gli impegni mi hanno sovrastata e non ho avuto un secondo di respiro. Non è stato così.
Mi piacerebbe raccontarvi che tutto è tornato come prima, anzi, che è diventato ancora meglio. Che riempio le giornate in maniera efficiente, che ho imparato a godere di ogni secondo, che non procrastino e non me la prendo per le sciocchezze.
Vi mentirei e, almeno qui, tra queste righe, non l’ho mai fatto.
La verità è che la mia testa e i miei ricordi continuano a dividere questo anno in prima e dopo la radioterapia e potrebbe anche avere un senso se non l’avessi finita a marzo. Cosa è successo dopo?
Ho una nota sul mio Google Calendar che posticipo da giugno: “Scrivi per Wired”.
Ci sono numerosi appunti presi nelle note del telefono o nei margini dei miei quaderni con argomenti che vorrei trattare, incipit e riflessioni sparse.
Poi però, ogni volta, quando arriva il momento di scrivere non so più cosa dire, come dirlo e, soprattutto, perché continuare a farlo.
Tutti i racconti di questa rubrica sono stati prodotti durante la malattia, la chemioterapia, l’intervento e la radioterapia.
Da un lato, quindi, avevo sempre da fare: infusioni, visite, esami del sangue, mantenere un barlume di sanità mentale, di contatto umano, cercare di aggrapparmi al mio lavoro.
Dall’altro, lei, la malattia, o meglio, lui, il cancro era come se fosse sempre seduto a fianco a me mentre scrivevo ogni singola riga.
La sensazione era quella di condividere l’ufficio del mio corpo con uno stagista che ha più potere di me, fa più pause, non scrive una parola, ma ha un salario molto migliore del mio perché si sta prendendo tutto. L’ho odiato, profondamente. Ho sentito che ha usurpato il posto nel mondo che mi spettava, per il quale avevo lavorato per anni, ma era anche quella molla che mi ha fatto dire: devo parlarne per accettarlo.
Credo che se qualcuno aprisse il mio profilo social penserebbe: “Oh, guarda come sta bene adesso” e non sapete quante persone me lo hanno detto guardandomi in faccia, dritta negli occhi: “Ah, beh, adesso è tutto finito”.
Ecco, vi sconsiglio di farlo perché cosa significa tutto? Cosa si intende per adesso? E in che senso finito? Io capisco quando è iniziato: nel momento in cui ho sentito il nodulo.
Da quel momento, però, le implicazioni e le variabili sono state e sono talmente tante che, quel tutto, indefinibile, non è solo il cancro, è la paura di morire, di non riuscire a smettere di aver paura, di non sapere più cosa si era prima e il bisogno spasmodico di controlli, visite, dello sguardo dei medici, delle pastiglie alle 8 e alle 20, della puntura ogni 28 giorni e del panico quando una di queste cose per un motivo X viene sospesa ma, soprattutto, mi sono resa conto che questo terrore solo in parte lo si riversa sulla malattia e il più delle volte si riflette su tutto il resto in una sorta di transfer che ti fa temere di sbagliare a emettere fattura, di parcheggiare la macchina, di dire qualcosa di sbagliato e si scivola in fondo al tunnel.

