In Homeland l’Iran non è una minaccia astratta: il suo territorio, dominato da logiche di potere quasi imperscrutabili agli occhi esterni, è teatro di uno scontro più silenzioso che altrove, ma con conseguenze altrettanto letali. La serie anticipa una dinamica emersa con forza negli ultimi anni (e giorni): le proteste che attraversano regolarmente il Paese non sono solo “eventi di piazza”, ma rivelano una frattura sociale profonda di un sistema chiuso, che usa strumenti di repressione, controllo e sorveglianza per cercare di preservare la propria stabilità e (presunta) identità.
Tuttavia, nella serie, il personaggio di Javadi e le operazioni in Iran mostrano come anche la CIA tenti di influenzare, e/o cavalcare, i dissidi interni e di avvalersi di dissensi più o meno latenti per ottenere vantaggi. Anche se in chiave narrativa, questo riflette una delle possibili chiavi di lettura delle proteste reali: non solo conflitti interni e locali, ma fenomeni che mettono in discussione l’assetto di potere dell’intera area e che interessano da vicino anche l’intelligence e le relazioni internazionali.
Medio Oriente, la guerra infinita
Sin da subito s’intuisce che, in Homeland, Israele non è solo un interlocutore politico, ma un fronte che attraversa e scuote regolarmente il cuore stesso dell’intelligence americana (e non solo). La sorella di Saul Berenson, si scoprirà alla fine, vive in un insediamento israeliano nei Territori occupati ed è una colona convinta: il suo personaggio serve a (di)mostrare come il conflitto israelo-palestinese non sia solo un tema astratto di politica estera, ma una scelta identitaria che divide nazioni, alleanze e famiglie.
Saul, “razionale” ebreo americano legato a una visione istituzionale della sicurezza, si trova quindi a confrontarsi con una forma di radicalità ideologica che nasce dalla normalizzazione dell’occupazione. Ed è un cortocircuito narrativo che anticipa molte delle tensioni attuali: Israele, lo sappiamo, è un alleato strategico importantissimo per Washington, ma è anche uno Stato diviso e divisivo, attraversato da spaccature profonde sui temi della sicurezza, della democrazia, della religione e dei diritti.
Ma non c’è solo Israele nel (grande) Medio Oriente di Homeland: sia la stagione 4 del 2014 sia l’ultima (la 8) sono in larga parte ambientate tra Afghanistan e Pakistan. In quella del 2020, la protagonista Carrie Mathison viene coinvolta in negoziati con (ex) signori della guerra riciclati in interlocutori politici, in rappresentanza degli Stati Uniti che appaiono ormai stanchi e pronti al disimpegno. Homeland mette quindi in scena il collasso del processo di diplomazia e di pace nella regione ben prima che avvenga. Col senno di poi, è difficile infatti non pensare al ritiro delle truppe dall’Afghanistan avvenuto nel 2021: stessi errori di valutazione, stessa mancata considerazione degli equilibri locali, stessa illusione di poter “finire” una guerra e la presunzione di farlo incuranti delle conseguenze.
Russia, alle origini della guerra ibrida
Quando la stagione 7 (2018) porta Homeland dentro alla Casa Bianca e poi fino a Mosca, al Cremlino, il discorso diventa più apertamente geopolitico. Il cuore della stagione è la manipolazione russa della politica americana (e non solo di quella), attraverso azioni di propaganda, disinformazione, diffusione di fake news e operazioni segrete per delegittimare le istituzioni democratiche.

