L’aeroporto internazionale di Milano Malpensa ha perso oltre trenta voli cargo in tre settimane. Lo si evince dai dati dell’Agenzia delle dogane riportati dal Corriere della Sera che indicano un calo del 40% nelle spedizioni sotto i 150 euro rispetto al 2025. La causa è la tassa da due euro sui pacchi provenienti da paesi extraeuropei introdotta dall’Italia il primo gennaio 2026: una misura inserita nella Legge di Bilancio anche per fare cassa, che puntava a colpire le piattaforme cinesi come Temu, Shein e AliExpress. Queste, però, sarebbero riuscite ad aggirare il contributo spostando le spedizioni verso Belgio, Germania e Ungheria, dove la tassa non esiste. La merce atterra lì, viene sdoganata e poi entra comunque in Italia via gomma, su camion.
Cosa è successo dopo l’introduzione della tassa da 2 euro sui pacchi
Il dazio europeo e il contributo nazionale sono due cose diverse
Per capire cosa è andato storto bisogna partire dal contesto. Ogni anno miliardi di pacchi a basso costo arrivano in Europa dalla Cina. Nel 2024, secondo i dati della Commissione europea, sono entrati nell’Unione europea 4,6 miliardi di pacchi sotto i 150 euro, il 91% dalla Cina. Questi pacchi beneficiavano dell’esenzione de minimis, una norma comunitaria che esentava dai dazi doganali le merci con valore inferiore a 150 euro. Il risultato era una concorrenza considerata sleale verso i produttori europei, in particolare nel settore della moda.
L’Unione europea ha deciso perciò di intervenire. A novembre 2025 il Consiglio europeo ha approvato l’abolizione dell’esenzione de minimis e l’introduzione di un dazio di tre euro sui pacchi sotto i 150 euro, in vigore dal primo luglio 2026 in tutti i 27 stati membri. La scelta di luglio serve a dare tempo ai diversi paesi di organizzarsi e adeguare le proprie procedure doganali, evitando disallineamenti e ritardi nelle operazioni di sdoganamento.
Il dazio europeo è una cosa diversa dal contributo appena imposto dall’Italia. I dazi doganali sono competenza esclusiva dell’Unione europea, nessun paese può modificarli da solo ed entrano in vigore lo stesso giorno in tutti gli stati membri. Ma accanto ai dazi esistono i “contributi nazionali”, una sorta di tassa di gestione che ogni stato può introdurre autonomamente. È quello che ha fatto l’Italia. E qui nasce il problema: se un solo paese introduce il contributo e gli altri no, le merci vengono sdoganate, ovviamente, dove la tassa non c’è così da pagare meno per poi circolare liberamente nel mercato unico.
Perché l’Italia ha anticipato i tempi?
La scelta di introdurre subito il contributo sui pacchi ha radici politiche ed economiche precise. Nel corso dell’approvazione della Legge di Bilancio 2026 la maggioranza ha deciso di cancellare la tassa prevista sui dividendi finanziari, creando un vuoto di copertura fiscale che il governo Meloni ha cercato di colmare con il contributo sui pacchi. L’obiettivo era recuperare risorse per la manovra e allo stesso tempo affrontare la concorrenza percepita come “sleale” dai grandi marketplace cinesi, che inviano in Italia grandi volumi di pacchi di basso valore.


