Se mai fosse concesso semplificare quanto sta accadendo in queste ore in Iran e nei Paesi vicini, potremmo dire che la scia degli attacchi effettuati dai droni iraniani sta “disegnando” il più classico dei rompicapi sulla mappa del Medio Oriente. Unire i puntini che si moltiplicano a mano a mano che l’esercito iraniano colpisce le basi militari statunitensi nella regione, senza risparmiare obiettivi civili, significa prendere atto che il conflitto abbia assunto una scala continentale, frammentando ulteriormente le posizioni dei Paesi che fanno parte della regione geografica in questione.
Ma perché Teheran attacca i suoi vicini?
Quella lasciata sulla mappa è tutt’altro che un’incognita. È un messaggio chiaro, trasparente, diretto al presidente degli Stati Uniti Donald Trump e al vero artefice dell’implosione dello status quo, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Più Washington e Tel Aviv bombardano, più la risposta a tappeto di Teheran è finalizzata a creare caos e sparigliare le carte.
Dopo la morte di Ali Khamenei
L’Iran è sull’orlo di un precipizio dopo la morte dell’ayatollah Ali Khamenei e di buona parte della sua cerchia di potere, a lui più fedele. Almeno questa è la lettura che fanno molti osservatori internazionali. Un’altra versione, simile a quella che si è addensata sul Venezuela dopo la cattura di Nicolás Maduro, sostiene che anche la Guida Suprema sia stata scaricata dall’interno o comunque lasciata quasi senza protezione dall’intensa attività di intelligence degli agenti statunitensi e israeliani.
Secondo quanto riportato dal New York Times, la Cia avrebbe saputo di un’importante riunione dei vertici di regime alla presenza di Khamenei poco prima del bombardamento partito da Israele che lo ha ucciso sabato mattina. Un percorso breve e fulmineo, quello delle informazioni, che ha beneficiato di un lavoro certosino fatto dai due alleati grazie a una fitta rete di informatori presenti in Iran. Eliminare l’ayatollah sarebbe stato persino semplice perché, come ha scritto l’autore Greame Wood su The Atlantic “moltissimi iraniani, così come siriani, iracheni, libanesi e ucraini, vorrebbero che Ali Khamenei potesse tornare in vita per un solo minuto, per potergli mostrare il dito medio”.
La paura di un attacco imminente di Teheran era infondata
Nel corso dell’ultimo fine settimana, l’operazione militare congiunta di Stati Uniti e Israele contro l’Iran ha trascinato l’intero Medio Oriente in guerra. Un conflitto che non ha esitato a diventare regionale. La miccia è stata l’offensiva, nota ufficialmente come Operazione ruggito del leone, che ha avuto inizio il 28 febbraio con un’ampia campagna di bombardamenti che ha preso di mira le difese aeree, le infrastrutture militari e la catena di comando delle forze iraniane, incluse le reti di comando del corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica e siti strategici a Teheran e in altre città. Sia Washington che Tel Aviv hanno parlato di “attacco preventivo”. Un’espressione che ricorda la dottrina Bush di inizio millennio e che ha subito trasformato la narrazione militare in qualcosa di necessario pur di neutralizzare “una minaccia diretta alla sicurezza nazionale e regionale”.

