Prima dei David di Donatello, prima degli incassi, del successo e delle celebrazioni, Lo chiamavano Jeeg Robot non ha avuto vita facile. Il film di Gabriele Mainetti, che torna al cinema in versione 4K dal 2 al 4 marzo a 10 anni dal debutto, è stato inizialmente respinto dai produttori, e anche dalla Mostra del Cinema di Venezia. Nessuno ci credeva a un film di supereroi italiano, ambientato in una borgata romana. Gabriele Mainetti era un regista esordiente, noto per cortometraggi come Tiger Boy e Basette, ma per il grande pubblico era ancora un nome sconosciuto. Non aveva alle spalle grandi case di produzione né un sistema pronto a sostenerlo. Aveva però una visione precisa, ostinata, quella di mettere in dialogo il cinema il genere supereroistico con la periferia.
Per anni il progetto di Jeeg Robot è rimasto fermo sulla carta. Le risposte erano sempre le stesse, tipo “va avanti solo la commedia”, “il cinema di genere è morto, è finito”. E poi Roma non è Gotham, anzi Tor Bella Monaca non è mica New York, e il protagonista non è un uomo senza macchia, che vive la sua vita difendendo i più deboli. Tutto il contrario, il protagonista è un ladruncolo, un reietto, un uomo schivo, solitario, un po’ infantile, certamente non il tipo di eroe a cui il cinema, soprattutto italiano, era abituato. Mainetti però non ha mollato. Ha continuato a riscrivere, a cercare, a convincere. È diventato produttore di se stesso, ha trovato attori disposti a crederci: Claudio Santamaria ha scelto di vestire i panni slabbrati di Enzo Ceccotti, Ilenia Pastorelli, al suo esordio al cinema, ha portato sullo schermo una fragilità e una luce imprevedibili con Alessia, il personaggio a cui più si lega Enzo; e poi Luca Marinelli ha plasmato uno dei cattivi più memorabili del cinema italiano recente, lo Zingaro, feroce, grottesco, malinconico, violento.
Enzo Ceccotti è un uomo schivo, antisociale, che tenta di tirare avanti attraverso furti e piccoli traffici nella periferia di Roma. Vive ai margini, chiuso nel suo appartamento spoglio. Un giorno, durante una fuga precipitosa lungo il Tevere, finisce nelle acque del fiume e viene a contatto con una sostanza misteriosa. Sopravvive per miracolo e nei giorni successivi si accorge di possedere una forza fuori dal comune. Una forza che comincia a usare per i propri scopi e per fare soldi facili, piegando casseforti e depredando bancomat. A fargli cambiare idea è Alessia, una ragazza che abita nel suo palazzo, ossessionata dagli anime giapponesi e che rivede in lui il suo eroe, Hiroshi Shiba. Ai suoi occhi lui non è un criminale, è un uomo coraggioso che può salvare le persone in pericolo, soprattutto quelle minacciate da uno spietato criminale ossessionato dalla celebrità.
Lo chiamavano Jeeg Robot è un film potentissimo, carico di cromatismi visivi molto diversi, che usa tutte le verità più tangibili, quelle della periferia, della miseria, della violenza, e innesca dentro questo quadro detonante delle mine vaganti, che sono i personaggi, spessi, complessi, pieni di fragilità, pronti a divampare sullo schermo.


