È la posizione del porto a renderlo così importante. Lo scalo si affaccia infatti sul golfo di Oman, a circa 70 miglia nautiche da Hormuz, e permette alla petroliere di effettuare le operazioni di carico ed evitare del tutto il passaggio nello stretto. Ora che Hormuz è in gran parte chiuso, i flussi di petrolio da Fujairah sono diventati un’ancora di salvezza per il mercato globale durante il conflitto.
Ma Fujairah è anche uno dei principali hub globali di bunkeraggio, ovvero l’approvvigionamento di carburante navale, con 7,4 milioni di metri cubi di combustibile venduti nel 2025, secondo Reuters. Solo Singapore, Rotterdam e Zhoushan registrano volumi superiori. Questo significa che le eventuali interruzioni non colpiscono soltanto le esportazioni di petrolio, ma anche il trasporto marittimo globale.
La via alternativa degli Emirati
Per gli Emirati Arabi Uniti, Fujairah rappresenta anche il modo principale per bypassare lo stretto di Hormuz.
Prima dell’inizio del conflitto, il paese produceva oltre 3,4 milioni di barili al giorno di greggio. Una parte di questo petrolio può essere deviata attraverso l’Abu Dhabi crude oil pipeline (Adcop), noto anche come oleodotto Habshan-Fujairah, che trasporta il petrolio direttamente dai giacimenti interni fino a Fujairah, aggirando Hormuz. L’infrastruttura ha una capacità di circa 1,8 milioni di barili al giorno.
Il porto è anche il principale nodo per l’esportazione del greggio Murban, la varietà di punta degli Emirati, che viene venduta soprattutto in Asia.
In una dichiarazione del 7 marzo, la Abu Dhabi national oil company (Adnoc) ha affermato di stare “gestendo con attenzione i livelli di produzione offshore per far fronte alle esigenze di stoccaggio”, aggiungendo che le operazioni a terra stavano proseguendo.
La società ha inoltre precisato che “continua a utilizzare capacità di esportazione che aggirano lo stretto, insieme alle proprie strutture di stoccaggio internazionali, garantendo la continuità delle forniture ai mercati globali”.
Questa soluzione ha però dei limiti. Se le operazioni a Fujairah venissero compromesse in una fase in cui Hormuz è ancora chiuso, gli Emirati Arabi Uniti potrebbero essere costretti a ridurre ulteriormente la produzione, a fronte di un calo della propria capacità di esportazione.


