Possiamo salvare il mondo senza smettere di mangiare carne?


Bistecca o pianeta? L’ultimo libro di Jonathan Safran Foer racconta l’impatto dell’allevamento sull’ambiente e ha un messaggio per tutti noi: se non cambiamo abitudini alimentari, non potremo salvarci dai cambiamenti climatici

(foto: Mark Reinstein/Corbis via Getty Images)

Che importa se per una bistecca bruciamo l’Amazzonia? Se per far spazio ai pascoli e ai campi di soia coltivati per nutrire gli animali da macello bisogna abbattere la foresta? Che importa se per colpa degli alberi tagliati si accumula altra CO2 in atmosfera? E se il metano eruttato, scoreggiato e cacato da vacche, pecore e capre darà man forte agli altri gas serra nel friggere la Terra? Nel 2018 le emissioni sono state più elevate che mai, perché in fondo non ce ne importa nulla. E se niente importa, perché rovinarci la cena rinunciando alla bistecca, pur sapendo che non potremo salvare il pianeta senza ridurre i nostri consumi di carne e latticini?

È di questo che parla Possiamo salvare il mondo, prima di cena (Guanda), l’ultimo sorprendente saggio di Jonathan Safran Foer, autore dei fortunati romanzi Ogni cosa è illuminata (2002) e Molto forte, incredibilmente vicino (2005). Parla dell’impatto ambientale degli allevamenti di animali. E della nostra ultima occasione per fare qualcosa, qualcosa di utile, prima di sentirci chiedere dai nostri figli: “Ma voi dov’eravate, quando avete capito cosa sarebbe successo?”

Buone storie, azioni concrete

Sì, Foer ha scritto questo libro con l’ambizione di convincere degli sconosciuti a reagire alla crisi ambientale. E consapevole di quanto sia ostico parlare di gas serra, modelli climatici e politiche di mitigazione, ha dato fondo alle sue doti narrative per trovare delle buone storie, capaci di spaventarci, affascinarci e coinvolgerci a sufficienza da indurci a cambiare le nostre abitudini alimentari. Il risultato è un’opera forse imperfetta ma irrinunciabile per la sua attualità e la sua carica empatica. Un’opera ibrida dove il memoir e il saggio scientifico s’incontrano a metà strada, in un intrico di ricordi famigliari (talvolta noiosi), racconti aneddotici (sempre spassosissimi), dispute amletiche con la propria anima ed elenchi puntati di terrificanti hard facts sul guaio ambientale in cui ci siamo cacciati.

Al centro di tutto c’è un’idea impegnativa: per salvare il pianeta – o meglio, per salvarci il sedere, perché il pianeta non ha alcun bisogno di essere salvato – dobbiamo ridurre in modo significativo il consumo di prodotti di origine animale. Foer aveva già toccato l’argomento nel saggio Se niente importa. Perché mangiamo gli animali? (2009), raccontando le motivazioni etiche che lo hanno spinto a diventare vegetariano. Stavolta affronta gli impatti sull’ambiente degli allevamenti intensivi e avanza una proposta concreta, già sottesa nel titolo: niente più carne, uova e latticini prima di cena. Per fare subito qualcosa di concreto, pur senza chiederci di diventare vegetariani, Foer suggerisce di non mettere in tavola prodotti di origine animale almeno a pranzo e a colazione.

La Terra è una fattoria

Del resto, mangiare meno prodotti di origine animale è forse l’azione individuale più importante che possiamo compiere per ridurre il nostro impatto sull’ambiente. È stato riconosciuto anche dall’ultimo rapporto dell’Ipcc, il gruppo intergovernativo di esperti sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite, mentre la Fao stima che il bestiame sia responsabile di almeno il 14,5% delle emissioni di gas serra e di gran parte della deforestazione. Se le vacche fondassero una nazione, sarebbe il terzo Paese per emissioni di gas serra dopo Cina e Stati Uniti.

Il nostro pianeta è una fattoria”, scrive Foer. Basta citare qualche dato per dargli ragione: il 59% della terra coltivabile è usata per produrre il mangime con cui nutrire gli animali che mangiamo. Se aggiungiamo i pascoli, arriviamo al 75%. In Amazzonia, l’allevamento è responsabile di oltre il 90% della deforestazione. Senza contare i consumi di acqua: un terzo serve al bestiame.

Nel libro, stranamente, non si fa invece cenno al consumo di pesce, nonostante molte popolazioni ittiche siano ormai al collasso per l’eccessivo sfruttamento della pesca intensiva. E neppure all’acquacoltura, che talvolta può avere un impatto ambientale paragonabile agli allevamenti animali, per esempio quando per allevare i gamberetti tropicali vengono distrutte le foreste di mangrovie, accelerando la crisi climatica e l’erosione delle coste.

L’assenza che più si nota, tuttavia, riguarda la necessità di liberarci dai combustibili fossili. È un’assenza voluta, perché secondo Foer il dibattito sulle fonti fossili ha oscurato il contributo degli allevamenti al riscaldamento globale. Inoltre, sostiene l’autore, è molto più semplice e rapido cambiare abitudini alimentari che non riconvertire l’intero sistema dell’industria e dei trasporti alimentato da gas, petrolio e carbone.

Foer trascura però che anche l’agricoltura e l’allevamento si basano sul consumo di idrocarburi, che forniscono l’energia per muovere le macchine agricole, azionare i sistemi di irrigazione, permettere la sintesi di fertilizzanti e pesticidi, trasportare e lavorare le carni e i raccolti. Per questo talvolta si dice che l’agricoltura moderna non è che il modo con cui oggi trasformiamo il petrolio in cibo. In ogni caso, come ammette anche Foer, per limitare l’aumento delle temperature dovremo fare l’uno e l’altro: rinunciare ai combustibili fossili e anche mangiare meno carne.

Bistecca o pianeta?

Un sacrificio? Beh, c’è chi vive felicemente con una dieta vegetariana o vegana, ma per molte persone rinunciare alla carne sembra essere ancora un sacrificio. Foer confessa come egli stesso, in qualche momento di debolezza, abbia ceduto. Ha mangiato carne. Hamburger. In aeroporto. Orrore! Sì, orrore e sacrificio – nel caso del nostro autore, condito da penosi sensi di colpa. Ma non è una guerra quella che dobbiamo combattere contro i cambiamenti climatici? E in guerra non si è chiamati anche al sacrificio?

In effetti, lascia intendere Foer, se per invertire la rotta ed evitare una catastrofe climatica non resta che un decennio, allora serve una mobilitazione collettiva come non si ricorda dalla seconda guerra mondiale. Negli Stati Uniti, per finanziare lo sforzo bellico, le tasse arrivarono al 95% del reddito, le fabbriche di automobili e frigoriferi furono riconvertite alla produzione di carri armati e navi da guerra, il cibo fu razionato e i consumi di carne e benzina limitati (con notevoli benefici per la salute pubblica, come risultò in seguito), mentre sui poster governativi si incitava all’uso collettivo dell’auto con lo slogan: “Quando viaggi da solo, viaggi con Hitler!

Sacrifici? Forse non è la parola adatta. Come disse il presidente Roosevelt il 28 aprile 1942 in un famoso discorso alla radio: “Quando, alla fine di questa guerra, avremo salvato la libertà del nostro sistema di vita, non avremo compiuto nessun «sacrificio»”. E se in gioco c’è la nostra stessa sopravvivenza, minacciata dal riscaldamento globale, non dovremmo mobilitarci come se fossimo in guerra?

Per Foer la crisi climatica è una crisi che siamo chiamati a risolvere insieme e, al tempo stesso, ad affrontare da soli. Quel che più conta, oggi, non è se credete o meno alla scienza del clima, né quanto ne sapete sui gas serra, bensì se agite o non fate niente. Cambiare il nostro modo di mangiare non basterà per salvarci, ma non possiamo salvarci senza cambiare il modo di mangiare. Fateci un pensiero. Al massimo tra qualche ora avrete di nuovo fame. Bistecca o pianeta?

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