Le prove generali di Sanremo 2026 sono l’ultimo scoglio prima dell’esordio sul palco dell’Ariston. Gli ascolti in anteprima di gennaio ci avevano dato indicazioni importanti e forti su trenta canzoni che, come già detto, non sono affatto poche. Il lunedì pomeriggio è il momento in cui le giurie della sala stampa e radio/tv, oltre agli addetti ai lavori e ai discografici presenti, possono farsi un’idea realmente più chiara e definitiva dei brani live. Dalle poltroncine dell’Ariston si ha l’occasione di ascoltare tutte le prove generali e quindi i 30 artisti in gara con l’orchestra e qualche cosa in più. Si capisce come l’artista tiene il palco, quale sarà il mood dell’interpretazione, oltre all’arrangiamento e all’impatto. Non è esattamente la resa che si avrà a casa guardando la tv, perché dal vivo è decisamente più emozionante, ma in qualche modo è fedele. Spesso si possono capire scelte, movimenti, strumenti, la presenza di altri elementi sul palco e tanto altro, utile anche per i patiti di FantaSanremo.
Quest’anno però vedendo le prove di Sanremo è lampante l’aumento di coreografie con tanto di ballerini e ballerine per animare brani che, il più delle volte, potrebbero passare nel dimenticatoio e quindi cercano un gancio per rimanere nella testa dei telespettatori. Ovviamente può aiutare ma non basta, serve la performance e la canzone. Sembra un’affermazione banale sono ancora le componenti più importanti per valutare la bontà di un artista e la sua esibizione.
Arisa, Magica favola
(R. Pippa, G. Anastasi, M. Cantagalli, F. Dalè e C. Frigerio)
Un pezzo profondo e cantato da una delle migliori cantanti in gara, se parliamo di capacità vocali. Forse manca qualcosa ma può arrivare a casa se tocca qualche corda emotiva. Dipende da tanti fattori.
Ditonellapiaga, Che fastidio!
(M. Carducci)
È un brano impegnativo da cantare per la velocità e la verbosità del testo. Bello l’arrangiamento di fiati ma Ditonellapiaga è veramente a suo agio, anche con la coreografia e tutto quello che vedrete. È sa cantare benissimo, perché il rischio che da casa le tante parole non vengano percepite c’è a causa di un suono che non deve assolutamente impastare la resa vocale. Margherita Carducci è una delle più meticolose con la propria voce, è un abella sfida e il brano si presta i maniera convinta.
Dargen D’Amico, Ai ai
(J. M. L. D’Amico, E. Roberts e G. Fazio)
L’AI arriva a Sanremo o forse era già arrivata e non ce ne siamo accorti. Sta di fatto che Dargen dal vivo sul palco dell’Ariston acquisice punti. È anche uno dei pochi che prova a porsi delle domande ogni volta nelle proprie canzoni, è un o che ha contatto con l’oggi, con uno sguardo critico e non banale.
Francesco Renga, Il meglio di me
(F. Renga, A. Caputo, M. Davì, S. Tarta e S. Reo)
Nulla che non ci si aspetterebbe da Francesco Renga, i suoi toni enfatici sostenuti da un’orchestra che lo se segue a dovere e ne amplifica queste sensazioni. Difficile faccia cambiare idea su chi ha già un’opinione forte su di lui.
Eddie Brock, Avvoltoi
(E. Iaschi, L. Iaschi e V. Leone)
La linea Olly, tra l’urlato e il nostalgico è preponderante e in quella direzione. Lui che arriva con una sola canzone che ha fatto successo su TikTok è anche un po’ la spia della discografia, ma andrebbe valutato comunque per quello che porta, non per la isteria della music industry in cui gli artisti come lui finiscono.
Mara Sattei, Le cose che non sai di me
(S. Mattei, D. Mattei, A. Donadei e E. Brun)
Brano melodico e crescente, soffice, ma non immediato. Però l’arrangiamento è un plus per la serata dal vivo e l’impatto. I molteplici stacchi lo rendonop più dinamico cercando un minimo di imprevedibilità.
Luché, Labirinto
(L. Imprudente, D. Petrella e S. Tognini)
Il cofondatore dei Co’Sang porta un brano a metà strada tra un’idea di urban pop e influenze rap, ma la differenza la farà la resa vocale. Quando si riappoggia sul flow è più a fuoco, è il suo habitat, ovviamente. Il resto del brano convince a metà ed è un peccato.
Enrico Nigiotti, Ogni volta che non so volare
(E. Nigiotti, F. Pagnozzi e L. De Crescenzo)
Il tempo scorre dietro a Enrico Nigiotti e l’orologio è al centro di tutto. Una ninna nanna che poi cresce ma non si discosta molto dagli ascolti fatti a gennaio, calcando molto sull’orchestrazione per tirare fuori il meglio.
Bambole di Pezza, Resta con me
(L. Cerri, A. Spigaroli, M. Ungarelli, F. Tarducci, C. A. Dolci, D. Piccirillo, F. Rossi e S. Borrelli)
“In questi tempi di odio” per citarle, avremmo proferito qualcosa di più imponente anche se il pezzo sta in piedi ma l’effetto Måneskin – ossia l’archetipo di band rock che “stravolge tutto” – non ci sarà. Prenderanno altre vie più melodiche. Sono scelte.
Nayt, Prima che
(W. Mezzanotte e S. Tognini)
Nayt guadagna punti sul palco: con un bel refrain che si porta dietro l’andamento del brano. Ne esce bene, meglio degli ascolti e poi è un brano comunque molto essenziale e senza eccessivi strati sonori che ne impediscano la fluidità. Lineare ma efficace.
Tredici Pietro, Uomo che cade
(P. Morandi, A. Di Martino e M. Spaggiari)
Una gran canzone R&R e soul che emerge e flirta col pop nel modo giusto. Sarà una rivelazione e per alcuni una piacevole scoperta. Bel lavoro sui cori fortemente soul ed è riconfermata l’idea iniziale – anzi ancor più convinta – che sia proprio un brano congegnato perfettamente con questa struttura.
Sal Da Vinci, Per sempre sì
(S. M. Sorrentino, F. Sorrentino, A. La Cava, F. Abbate, F. Mercuri, G. Cremona e E. Maimone)
L’effetto neomelodico è lampante, il pubblico che lo segue c’è e non ci sarà da stupirsi se il televoto possa portare tanto. Il confine tra concerto e festa di matrimonio napoletana è sottile ma lui è trascinante. Peraltro: ovazione alle prove con pubblico composto da sala stampa, radio e tv, e addetti ai lavori.
Malika Ayane, Animali notturni
(M. Ayane, E. Roberts, F. Mercuri, G. Cremona, L. Faraone e S. Marletta)
La canzone di Malika Ayane non passa inosservata. Un uptempo divertente, colorato nei suoni e con influenze che prendono da ambiti più esotici. Il suo cantato è sempre di livello alto ma poi dipende sempre da lei dove può e vuol portare il pezzo.
Fulminacci, Stupida sfortuna
(F. Uttinacci)
Si conferma come uno dei più apprezzati. Sul palco è molto minimale, vestito elegante e non casual. Potrebbe rifare il percorso di Diodato. Stupida Sfortuna ha tanti pregi nella sua scrittuura oltre che nella resa ancor più migliorata con l’orchestra. Un cantautorato pulito, senza eccessi, gli incastri giusti per un Sanremo in cui è pronto a fare il grande salto.
Sayf, Tu mi piaci tanto
(A. S. Viacava, L. Di Blasi e G. De Lauri)
Racconta l’Italia e la racconta bene con un pezzo intelligente, con predominanza di quei suoni che tracimano da ritmi urban che forse, tra tutto, sono quello che convince meno. Il resto è molto a fuoco: bella presenza sul palco, a suo agio e rime azzeccate con grandi ganci senza troppi filtri sul mondo reale.
Fedez & Marco Masini, Male necessario
(F. L. Lucia, M. Masini, A. La Cava, A. Iammarino, N. Lazzarin e F. Abbate)
Due artisti così diversi portano un brano in coppia che è fortemente dicotomico. Perché ognuno fa ciò che è e Masini il suo lo fa bene. Fedez prova ad avvicinarsi ma sembra che ognuno segua il proprio copione. Sui grandi numeri sicuramente hanno un’impatto, non c’è che dire, ma sull’idea che funzioni, per ora, non vi è grande certezza.
Levante, Sei tu
(C. Lagona)
Levante mette sempre tutta se stessa sul palco. Annulla i filtri e le protezioni e si lascia andare. Se tutto questo possa bastare oltre a un brano onesto ma forse non clamoroso, non è dato saperlo. Ci vogliono più ascolti ma Sanremo non è infinito.
Ermal Meta, Stella stellina
(E. Meta, D. Faini e G. Pollex)
Come dagli ascolti il brano ha una sua anima molto ben identificata. È un brano su Gaza e sull’occupazione israeliana. La produzione di Dardust emerge sempre e connota il pezzo con il giusto grado di contemporaneità.
J-Ax, Italia Starter Pack
(A. Aleotti, A. Bonomo e L. Buso)
Porta il country pop (molto furbo) su un palco affollato (vedrete) e movimentato. Certo, l’effetto ranch + cliché italiani è lo starter pack perfetto e tutto torna. J-Ax è capace di cambiare veste agilmente anche se sembra di avere un déjà vu nella sua carriera.
Chiello, Ti penso sempre
(R. Modello, T. Ottomano)
Non proprio a suo agio sul palco dell’Ariston. Il brano non si discosta molto dagli ascolti fatti in anteprima ma manca quell’empatia che a Sanremo conta e non poco con chi è in teatro ma soprattutto con chi è a casa. Aggiungiamoci che poi “essere lasciato a piedi” da Morgan nella serata delle cover non aiuta di certo l’autostima.
Serena Brancale, Qui con me
(S. Brancale, C. Avarello, N. Bruno, A. Bruno, F. Barnaba e S. Mineo)
Cielo stellato e canzone per la mamma scomparsa anni fa. Come già detto ribalta totalmente il mood dello scorso anno. Un registro totalmente diverso e di conseguenza orchestrazioni pompose, piene e gonfie. Lei la sa cantare bene in maniera molto sentita e gli applausi alle prove non sono stati pochi. Duttile e capace come già sapevamo, e forse potrebbe arrivare anche in una buona posizione puntando sull’emotività.
LDA & AKA 7even, Poesie clandestine
(L. D’Alessio, L. Marzano, A. Caiazza, V. Petrozzino, R. Romito e F. D’Alessio)
Non cambia l’idea che ci eravamo fatti con un unico ascolto. Reggaeton e una coreografia “wannabe stomp” non migliorano l’effetto di un brano in cui dentro c’è un bignami del tormentone estivo ma che non funziona. Perlomeno qui.
Raf, Ora e per sempre
(R. Riefoli e S. Riefoli)
Dal vivo il brano acquisisce nuove sfumature e gli arrangiamenti non così invadenti creano alcune variabili più interessanti. Non un brano che lascia a bocca aperta ma magari riuscirà a trovare la sua dimensione.
Maria Antonietta e Colombre, La felicità e basta
(L. Cesarini, G. Imparato, F. Catitti)
Brillanti, divertenti, sono una coppia, certo ma sul palco non eccedono in questa visione. Brano diretto che ha tutte le carte in tavola per far bene. Colombre e Maria Antonietta si vede che ognuno di loro ha maturato negli anni una propria carriera, insieme sanno equilibrarsi. Ci sarà da divertirsi.
Tommaso Paradiso, I romantici
(T. Paradiso, D. Petrella e D. Simonetta)
Nelle prove forse vorrebbe portarlo più in alto il brano, però c’è e l’orchestra ne aumenta le vibrazioni. Non è un brano con una struttura troppo complessa, è molto lineare e troverà ampi riscontri.
Samurai Jay, Ossessione
(G. Amatore)
Non ci spostiamo di molto dagli ascolti. La direzione caraibica da tormentone estivo non convince. Nessuno è contro il reggaeton ma non tutto valido e di qualità. Magari riuscirà a trovare appiglio tra i più giovani, certo, ma non ci sono solo loro.
Elettra Lamborghini, Voilà
(E. Roberts, A. Bonomo e P. Celona)
Un po’ di piume da sventolare sul palco per cercare di lasciare qualche ricordo, distrarci da qualcosa o dalla canzone. Anche se rispetto alla sua prima esperienza sanremese – non esaltante, sia chiaro – c’è qualcosa di più.
Leo Gassmann, Naturale
(L. Gassmann, M. Davì, A. Casali e F. Savini)
“Poi chissà, le orchestrazioni sanremesi sul palco sono capaci di dare una spinta insperata”, dicevamo dopo un primo ascolto. Ma oltre a quello alla prima volta live convince il brano. Certo nulla di sconvolgente ma potrebbe uscirne meglio di come avremmo immagginato da questo Sanremo.
Patty Pravo, Opera
(G. Caccamo)
Non c’è nulla da dire su Patty Pravo se non che è sempre lei, inattaccabile. La canzone si proietta in modo più grandioso e cinematografico sul palco del Festival.
Michele Bravi, Prima o poi
(M. Bravi, T. Santoni e G. Grande)
In un festival con trenta artisti e trenta canzoni è difficile riuscire a far emergere e valorizzare tutti. Malgrado questo Michele Bravi è in fase di rilancio e il suo lo fa sempre in modo ineccepibile.


