Quello che The Great Hack non vi ha detto di Cambridge Analytica


Il documentario di Netflix sullo scandalo dei dati ha i suoi pregi, ma sembra soffermarsi soltanto su Trump e Brexit: il vero problema è il “come”, molto prima del “chi”

Carole Cadwalladr, giornalista del Guardian, in una scena del doc (fonte: Netflix)

Poche altre storie giornalistiche recenti hanno avuto una eco potente quanto quella di Cambridge Analytica, scoppiata nel 2018. La vicenda ha aperto la strada a un dibattito ampio su questioni spesso poco trattate a livello mainstream: lo sfruttamento dei dati personali, lo strapotere delle grandi piattaforme tech e la relativa facilità con cui queste possono essere sfruttate per fini propagandistici e politici. Lo scandalo Cambridge Analytica, scoppiato grazie alle rivelazioni del whistleblower Christopher Wylie, già ex dipendente dell’azienda, fa tutt’ora sentire la sua eco nelle discussioni attorno alle cose di internet, i cambiamenti di policy del settore e la varie disfunzionalità dell’economia del web, o del “capitalismo della sorveglianza”, per citare Soshana Zuboff.

The Great Hack, documentario di due ore diretto da Jehane Noujaim e Karim Amer e prodotto da Netflix, racconta quella vicenda, contestualizzandone la sua origine, facendone parlare i protagonisti e cercando di metterne in fila le conseguenze e spiegarne l’impatto. Il documentario è senza dubbio un’ampia e completa rappresentazione di quanto avvenuto e ha il merito di non trattare Cambridge Analytica come un caso tech, ma come un tema sociale e politico di ampia portata. Il documentario si struttura attorno ai contributi di varie persone coinvolte nel caso: la giornalista del Guardian/Observer Carole Cadwalladr, autrice degli scoop; gli ex dipendente di Cambridge Analytica Brittany Kaiser e Julian Wheatland e David Carroll, docente della Parsons School of Design, noto per aver portato in tribunale Cambridge Analytica chiedendole di avere accesso ai dati sul suo conto. Curiosamente, il whistleblower all’origine del caso, Christopher Wylie, è coinvolto solo marginalmente nel documentario e appare solo con video di repertorio già di dominio pubblico (qui si può vedere la sua intervista al Wired Next Fest di Firenze del 2018).

La ricostruzione del caso è vasta e strutturata e racconta le ramificazioni di Cambridge Analytica nel dettaglio, concentrandosi in particolare sulle collaborazioni con la campagna Trump e i rapporti con quella per il Leave nel contesto della Brexit. Il film, però, sembra andare molto più in quella direzione che in quella di dettagliare al meglio le problematicità e peculiarità di quanto emerso nel 2018. Cambridge Analytica è stato uno scandalo sulle falle dell’economia dei dati e delle sue ramificazioni (anche) politiche, mentre The Great Hack sembra incentrato sul cercare di dare una spiegazione alla vittoria di Trump e all’esito del referendum sulla Brexit.

È indubbio che a far risuonare il caso Cambridge Analytica più di altri scoop tecnologici sia stato il coinvolgimento dell’attuale presidente Usa e dello spettro dell’uscita del Regno Unito dalla Ue, ma non bisogna dimenticare che, tolte queste ramificazioni, Cambridge Analytica ci ha mostrato prima di tutto falle sistemiche nel funzionamento della parte più densamente popolata della rete contemporanea. Se è palese – e nessuno lo nega – che il coinvolgimento di Trump, Steve Bannon e dei loro omologhi britannici sia massicciamente preoccupante, l’eccessiva enfasi su questo aspetto nel documentario rischia di mettere in ombra altre questioni sistemiche non di minore importanza e, spesso, funzionali a contestualizzare perché proprio quelle ramificazioni politiche siano così preoccupanti.

Per quanto il film sia dettagliato e preciso nel fornire la cronistoria del caso Cambridge Analytica e dei processi penali e politici in corso su entrambe le sponde dell’Atlantico, è però meno efficace nello spiegare come l’azienda abbia concretamente – e tecnicamente – avuto accesso ai dai di 87 milioni di utenti Facebook. Certo, viene spiegato come un test attitudinale creato dall’accademico Aleksandr Kogan – un’altra figura presente solo minimamente in The Great Hack – sia all’origine della pesca a strascico, ma molti elementi vengono dati per scontati. Poco, ad esempio, viene accennato a riguardo dello sfruttamento dei dati Facebook concesso ai programmatori delle terze parti (come Kogan), un elemento che in quel periodo era una feature e non un bug del modello di business di Facebook, che ha tagliato questa policy proprio in seguito alle rivelazioni su Cambridge Analytica.

Non ci sono accenni, ad esempio, a un altro tassello interessante della questione, che appare già nel titolo del documentario: Cambridge Analytica nasce da un hack? Nei giorni immediatamente successivi all’esplosione del caso si parlò ampiamente se alla base di tutto ci fu un hackeraggio e un data breach. Maggiore attenzione a queste questioni tecniche avrebbe contribuito efficacemente a una minima alfabetizzazione del pubblico su questi temi e dissipato ogni dubbio sul fatto che, nel caso Cambridge Analytica, nessuno abbia hackerato alcunché. Cambridge Analytica è avvenuta per uno sfruttamento illecito delle funzioni offerte dall’economia dei dati e di Facebook in particolare.

(fonte: Netflix)

Un altro aspetto poco convincente del documentario è il fatto che non si spenda nemmeno un minuto ad analizzare in modo critico i servizi offerti da Cambridge Analytica e, in particolare, dei metodi psicografici utilizzati per il targeting della propaganda politica.

Il documentario sembra reggersi sull’assunto che i metodi offerti da Cambridge Analytica ai suoi clienti siano radicalmente più efficaci di altre strategie di propaganda politica digitale, e che se viviamo in un mondo la cui opinione pubblica è così polarizzata, questo sia da attribuire a queste attività e a Cambridge Analytica nei casi analizzati da The Great Hack. La comunità accademica non è giunta a una conclusione univoca sull’efficacia di queste operazioni in termini di persuasione, ed è sostanzialmente impossibile stabilire quale sia stata l’effettiva portata per quanto riguarda le scelte di voto degli elettori. Recensendo il documentario su The Nation, Micah Sifry, uno dei maggiori osservatori statunitensi degli impatti sociali della tecnologia, ha sottolineato quanto molto del credito che il documentario sembra dare a Cambridge Analytica sia da attribuire all’hype stesso fornito dall’azienda. In alcuni passaggi, il documentario sembra però preoccuparsi più di trovare una ragione per la Brexit e Trump, cadendo un po’ nel panico morale, invece che fornire elementi precisi sulla questione.

Il caso Cambridge Analytica ha contribuito a mostrare come l’economia dei dati sia un colabrodo minimamente regolamentato e per nulla trasparente, dove partecipando a un quiz online apparentemente innocuo si può finire a contribuire alla campagna presidenziale di Trump. Tolto Trump dall’equazione, il problema però rimane lo stesso. Cambridge Analytica è stato il caso più eclatante, rumoroso e forse inquietante di questa situazione, e i suoi metodi dovrebbero preoccupare e indignare di per sé, non perché potrebbero aver contribuito all’elezione di Trump o all’esito del referendum sulla Brexit (le cui ragioni sono estremamente più ampie).

In questa ottica, Cambridge Analytica è un tassello in un puzzle molto più vasto e che riguarda direttamente la salute della rete e il suo futuro. Rimangono molte Cambridge Analytica da scoperchiare nel mondo della persuasione online, dove la sorveglianza è in primis un modello di business commerciale. Si è giunti a questo punto non perché un’azienda molto brava a vendersi ha trovato un modo magico per sfruttare Facebook a nome dei suoi clienti, ma perché il sistema in cui operava è naturalmente portato a questo genere di abusi. Ed è lo stesso sistema che, allo stesso tempo, serve a monetizzare i gattini e la propaganda politica.

 

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