Digital Networks Act: Sei interrogativi giuridici sul passaggio dal rame Il Digital Networks Act (DNA), presentato dalla Commissione Europea il 21 gennaio 2026, punta a trasformare il panorama normativo delle comunicazioni elettroniche in Europa. Intendendo sostituire il Codice europeo attuale,…
Digital Networks Act: Sei interrogativi giuridici sul passaggio dal rame
Il Digital Networks Act (DNA), presentato dalla Commissione Europea il 21 gennaio 2026, punta a trasformare il panorama normativo delle comunicazioni elettroniche in Europa. Intendendo sostituire il Codice europeo attuale, la proposta introduce la controversa misura di disattivazione delle reti in rame entro il 31 dicembre 2035. I dettagli giuridici sollevati da Roberto Mastroianni, esperto in Diritto dell’Unione Europea, pongono interrogativi seri sulla legittimità di tale intervento, che potrebbe avere implicazioni significative anche per gli operatori e gli utenti italiani.
I dubbi giuridici sollevati
Il parere legale di Mastroianni, commissionato dall’associazione Connect Europe, evidenzia sei aree di potenziale illegittimità legate alla proposta di switch-off. Fra queste, egli sottolinea:
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Base giuridica inadeguata: La Commissione sostiene di avere una legittimità fondata sull’articolo 114 TFUE, relativo all’armonizzazione delle legislazioni nazionali per il mercato interno. Tuttavia, Mastroianni contesta che la mera coesistenza di reti in rame e fibra non costituisca un ostacolo per la libertà di mercato sufficiente a giustificare tale misura.
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Violazione del principio di proporzionalità: La proposta, che obbligherebbe la disattivazione di una rete funzionante, potrebbe arrecare danno agli operatori economici, senza una giusta compensazione e senza evidenze che dimostrino la necessità di tale azione per migliorare l’adozione della fibra.
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Discriminazione tra operatori: Un altro punto critico è che solo le reti in rame sarebbero soggette a questa misura, creando una situazione di asimmetria normativa rispetto ad altre reti, come quelle via cavo o FWA, che continuerebbero a operare senza obblighi simili.
Questi profili sollevano interrogativi non solo giuridici, ma anche riguardo alla equità del mercato, con impatti diretti per gli operatori italiani che potrebbero trovarsi a fronteggiare un obbligo particolarmente gravoso senza un adeguato contrappeso.
Implicazioni per l’Italia e per i suoi consumatori
Per gli utenti italiani, il DNA potrebbe significare una diminuzione della qualità dei servizi di connettività. La dismissione forzata delle reti in rame, che rappresentano ancora una infrastruttura vitale in molte aree, potrebbe portare a una riduzione delle opzioni disponibili. In situazioni dove la copertura in fibra non è ancora completa, gli utenti potrebbero trovarsi a dover scegliere tra soluzioni alternative meno performanti, come le tecnologie FWA o satellitari. Questo, oltre a violare il principio che impone un alto livello di protezione dei consumatori, rischierebbe di aggravare le disuguaglianze digitali nel nostro Paese.
Inoltre, la scadenza imposta dal DNA potrebbe non corrispondere a un aumento effettivo della vostra scelta e qualità del servizio, ma si rivelerebbe piuttosto un ostacolo alla concorrenza, rendendo il mercato nelle sue dinamiche interno meno attrattivo per gli investimenti. Le aziende italiane potrebbero trovarsi a dover affrontare condizioni di mercato più difficili, senza che questo comporti reali benefici per i consumatori.
Conclusione: un’analisi necessaria
La proposta del Digital Networks Act attenua l’importanza di un caso giuridico ben argomentato, ma mette in evidenza anche il rischio di una transizione verso un modello di connettività che non tenga conto delle peculiarità locali e delle infrastrutture esistenti. È fondamentale che le decisioni siano basate su dati concreti e che le alternative meno traumatiche per gli utenti siano adeguatamente esplorate, prima di procedere su un cammino che potrebbe rivelarsi controproducente.
Le disposizioni relative allo switch-off delle reti in rame necessitano di una revisione profonda, affinché le politiche industriali non solo siano legittime, ma rispondano realmente agli interessi di tutti gli stakeholdere, dalle aziende agli utenti finali. Un approccio più equilibrato potrebbe generare fiducia nel mercato e promuovere un’adozione più rapida delle tecnologie di nuova generazione senza sacrificare la qualità dell’offerta attuale.
