Molte organizzazioni temono anche la profilazione sistemica resa possibile dalla nuova infrastruttura digitale. La raccolta estesa dei dati biometrici e la loro interoperabilità con sistemi destinati alla sicurezza interna trasformano l’ingresso in Europa in un evento che lascia tracce profonde e durature. La gestione delle migrazioni diventa, così, un esercizio di controllo costante più che un processo di protezione.
L’impressione generale è che la distinzione fra irregolarità amministrativa e criminalità stia diventando sempre più labile. La migrazione, nella sua dimensione umana, appare subordinata a esigenze di ordine pubblico che non vengono mai esplicitate come tali.
Il parallelo con gli Stati Uniti: verso un modello Ice europeo?
Il riferimento all’esperienza statunitense non è più semplicemente comparativo, ma è ormai parte esplicita del dibattito. Negli Stati Uniti d’America, l’espansione dei poteri dell’Ice, l’agenzia federale americana che si occupa di immigrazione, ha trasformato la deportazione in una funzione amministrativa capillare, sostenuta da perquisizioni, sequestri di dispositivi, accesso ai dati biometrici e una cooperazione pervasiva tra agenzie. Le dinamiche che oggi emergono in Europa ricordano da vicino quelle logiche.
Come sintetizza Sarah Chander, direttrice dell’Equinox Initiative for Racial Justice, “i governi europei stanno tentando di cambiare la legge per introdurre perquisizioni in stile Ice dell’era Trump, funzionali al nuovo regime delle deportazioni. La proposta di regolamento sui ‘rimpatri’ era già estremamente dannosa, perché legalizza le prigioni offshore per le deportazioni e consente di rimandare le persone in paesi con cui non hanno alcun legame. Ora, le modifiche proposte potrebbero legalizzare il sequestro di dispositivi elettronici, i raid nelle abitazioni e in altri luoghi, e la condivisione dei dati sanitari con una vasta rete di attori. È, di gran lunga, il testo più regressivo mai proposto dall’Ue in materia migratoria. Riguarda la sicurezza di tutte e tutti noi, e deve essere respinto e contrastato”.
Inserite in questo contesto, le dichiarazioni di Chander chiariscono la portata del momento. L’Unione europea si trova davanti alla possibilità di istituzionalizzare pratiche che, fino a pochi anni fa, sarebbero state considerate inconcepibili nel quadro giuridico europeo. La questione non riguarda più soltanto l’efficienza delle procedure, ma la ridefinizione del confine fra poteri amministrativi e diritti fondamentali. Il riferimento all’Ice offre una lente attraverso cui leggere l’evoluzione del sistema: non una convergenza casuale, ma il rischio concreto che le politiche migratorie europee assumano logiche e pratiche proprie dell’apparato statunitense, trasformando la deportazione in una funzione amministrativa centrale.
Cosa succede ora: una fase politica delicata fra negoziati, implementazione e possibili ricorsi
Il percorso dei nuovi regolamenti è tutt’altro che concluso. Nei prossimi mesi inizieranno i triloghi con il Parlamento europeo, che in passato ha espresso riserve profonde riguardo a detenzione dei minori, poteri di polizia ampliati e definizione estesa dei paesi sicuri. Questa fase negoziale sarà determinante per capire quanto spazio politico esista ancora per modificare il testo o attenuarne gli aspetti più controversi.


