[ad_1] Ogni anno nel mondo si producono circa 24 miliardi di paia di scarpe. È una cifra che colpisce solo a metà, finché non si aggiunge il dettaglio più scomodo: la maggior parte di quelle scarpe, una volta usurate, finisce…
Ogni anno nel mondo si producono circa 24 miliardi di paia di scarpe. È una cifra che colpisce solo a metà, finché non si aggiunge il dettaglio più scomodo: la maggior parte di quelle scarpe, una volta usurate, finisce in discarica o viene incenerita. Il problema non è tanto la mancanza di buona volontà, quanto la natura stessa dell’oggetto. Una scarpa è un piccolo concentrato di complessità industriale, fatta di materiali diversi incollati tra loro in modo quasi inseparabile. Ed è proprio per questo che, ancora oggi, riciclarla davvero è così difficile.
È da qui che parte la Mojito Re-Shoes, il nuovo modello lanciato da SCARPA. Non un’operazione cosmetica in salsa “green”, ma il risultato di un progetto industriale che prova ad affrontare una domanda precisa: che fine fanno le scarpe quando smettono di essere scarpe?
Nel settore calzaturiero il nodo è noto da tempo: pelle, gomma, EVA, poliuretano, colle, inserti metallici convivono in pochi centimetri di prodotto. Separarli a fine vita è costoso, complesso e spesso antieconomico. Per questo la discarica resta, di fatto, la soluzione più semplice. Il progetto LIFE Re-Shoes, finanziato dal programma LIFE dell’Unione Europea e coordinato da SCARPA, nasce proprio con l’obiettivo di ribaltare questa logica, ripensando la scarpa non solo per come viene usata, ma per come verrà smontata e trasformata una volta finita.
Il cuore dell’innovazione sta in un processo di idrolisi selettiva che consente di separare chimicamente tomaia e suola: la pelle viene decomposta e rigenerata in un nuovo materiale, mentre le suole usurate vengono macinate e riutilizzate per la produzione delle nuove intersuole. Anche il battistrada e i rinforzi contengono alte percentuali di materiale riciclato. In termini concreti, fino al 35% dell’intersuola deriva da suole macinate, mentre la suola stessa è composta per il 50% da gomma devulcanizzata ottenuta dagli scarti produttivi dell’azienda. Non si tratta quindi di un riciclo simbolico, ma di un’integrazione reale dei materiali recuperati all’interno della filiera.

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