da Hardware Upgrade :

Samyang ha avviato la produzione di una nuova gamma di obiettivi Cine con attacco Sony FE. Si chiama V-AF, al momento comprende le tre focali 24mm, 35mm e 75mm (45mm e 20mm in arrivo entro il 2023), e non è la “solita” gamma di lenti Cine.

Innanzitutto, lo si intuisce dalla sigla, si tratta di ottiche autofocus. Samyang rompe questo tabu e, senza rinunciare a un metodo di lavoro più tradizionale, fatto di messa a fuoco manuale e follow-focus (con cui gli obiettivi sono nativamente compatibili), offre anche la possibilità di lavorare in modalità autofocus.

Una scelta sensata, perché la V-AF non vuole essere una famiglia di ottiche super-professionali (come le Xeen della Stessa Samyang), destinate alle grandi produzioni in cui non manca la figura del “fuochista” (focus puller). La V-AF è dedicata alle piccole produzioni e ai singoli professionisti. Ben vengano allora funzioni che possono facilitare – magari solo in qualche ambito – il compito a chi non può contare su una troupe.

Un’altra grande differenza tra le Samyang V-AF e le ottiche Cine a cui comunemente si pensa è data dal peso e dalle dimensioni: poco più di 72mm, tanto per diametro quanto per lunghezza, e un peso di appena 280g, rendono queste ottiche ideali anche per l’utilizzo su droni – funzione per cui sono state, in effetti appositamente progettate.

Non guasta, poi, il prezzo contenuto: al momento in cui scriviamo, iniziano ad apparire sul mercato i primi esemplari di 75mm ufficiali Fowa (garanzia 5 anni) a 649 Euro, e se Fowa e Samyang manterranno la stessa politica delle lenti Xeen, è lecito attendersi un prezzo unificato per tutte le focali. Prezzo da confrontarsi con i 1999 Euro delle stesse ottiche Xeen.

Una famiglia, dicevamo in apertura. Una famiglia che non rinuncia ad alcuni capisaldi delle ottiche Cine di alto livello, a cominciare da un’assoluta omogeneità, tanto dal punto di vista fisico quanto tecnico/funzionale. I barilotti sono infatti  assolutamente identici, con ghiera di messa a fuoco in posizione fissa e identica corsa di 300°, utilizzano gli stessi filtri frontali, integrano tutti un diaframma a 9 lamelle e, naturalmente, offrono tutti la medesima apertura massima T1.9.

È opportuno a questo punto aprire un parentesi per chiarire similitudini e differenze tra il consueto f/stop usato in fotografia e il T/stop. Il classico rapporto focale, f/, è un parametro puramente geometrico, dato come noto dal rapporto tra il diametro dell’apertura del diaframma (supposto circolare) e la lunghezza focale. In fotografia si assume che questo sia l’unico parametro a determinare la quantità di luce che attraversa l’obiettivo. È una buona approssimazione, ma è intuitivo che, in realtà, anche la costruzione dell’obiettivo giochi un ruolo. L’esempio più macroscopico è dato dagli obiettivi contenenti filtri apodizzanti, cioè filtri ND radiali che rendono più “morbidi” gli elementi fuori fuoco: la presenza del filtro ND riduce sensibilmente la quantità di luce trasmessa rispetto all’analogo obiettivo che ne è sprovvisto.
Senza arrivare a questi casi particolari, è generalmente vero che, soprattutto all’aumentare della complessità dello schema ottico, la quantità di luce in grado di attraversare realmente l’obiettivo si riduca rispetto a quanto indicato dal numero f/, che possiamo considerare un valore teorico.
Il numero T(ransmission) rappresenta, viceversa, il valore reale, misurato, della luce trasmessa. Ovviamente, la luce trasmessa sarà sempre uguale o inferiore al valore teorico, pertanto il numero T sarà sempre uguale o maggiore al numero f.
Con un’analogia automobilistica, è possibile pensare agli F/stop come alla velocità indicata dal tachimetro, e ai T/stop come alla reale velocità misurata con un più preciso autovelox (sempre inferiore).
La differenza tra i due è solitamente abbastanza piccola da poter essere trascurata. Ad esempio, il compatto EF 35mm f/2 ha un valore T esattamente uguale a 2 (uno dei rari casi in cui f e T coincidono), mentre il più complesso EF 35mm f/1.4L ha T=1,7, vale a dire mezzo stop meno del suo valore di targa. Molte ottiche f/1.4 hanno T compresi tra 1,5 e 1,7. Per molti standard f/1.8, è normale avere T=1,9…
In cinematografia, l’importanza di conoscere l’esatta quantità di luce trasmessa risiede nella difficoltà di correggere in post-produzione l’esposizione non di un singolo fotogramma, ma di una sequenza da 24 fotogrammi al secondo o similare. Ecco perché le lenti Cine, solitamente, si affidano al più preciso valore T.
Per chi desidera approfondire l’argomento, DxOMark effettua regolarmente misure di trasmissione, e pubblica a questo indirizzo i risultati degli obiettivi testati.    

L’identica costruzione consente di sostituire la focale senza dover adattare ogni volta il follow-focus o, nel caso di utilizzo su drone, senza dover ogni volta bilanciare il drone stesso causa cambio di peso / baricentro.

Inoltre, sono ottimizzati dal punto di vista cromatico (Unified Color Tone) per garantire identica resa, minimizzando così la necessità di interventi in post-produzione.

Da segnalare infine l’accortezza della doppia spia (una posizionata sul barilotto, in prossimità della baionetta, l’altra frontalmente), che mostra lo stato delle riprese: verde in stand-by, rossa in ripresa. Anche questo aiuta chi lavora con troupe ridotte all’osso, o da solo.   

A proposito di costruzione (comune), la baionetta in metallo si innesta in un barilotto con diametro iniziale di circa 62mm, su cui si trova la prima delle due spie LED che segnala l’attività di ripresa. Si passa poi al diametro di 70,4mm del corpo principale, su cui si trovano le due dotazioni caratteristiche di queste ottiche: un pulsante programmabile, che per impostazione predefinita funge da blocco AF quando si lavora in autofocus e da memoria quando si lavora in manual focus, e il peculiare switch Modo1 / Modo2 che consente di modificare la funzione della ghiera di messa a fuoco. Questa può infatti fungere, per l’appunto, da ghiera di messa a fuoco (Mode 1, richiede che la fotocamera sia in MF o in DMF), oppure da ghiera dei diaframmi (Mode 2, richiede che la fotocamera sia in AF).

La ghiera stessa sporge leggermente dal corpo obiettivo (diametro 72,2mm), è alta circa 20mm ed è dotata di opportuna sagomatura, o dentellatura, comoda da usare con la mano ma sufficiente a garantire la compatibilità con i follow-focus senza necessità di accessori terzi. Offre una resistenza a nostro avviso ottimale ed è perfettamente fluida, contribuendo a dare l’impressione di un’ottica complessivamente ben costruita.

La parte terminale, che torna a essere di diametro 70,4mm, è in metallo, e frontalmente ospita 5 contatti elettrici per l’uso di futuri accessori – al momento non sono disponibili ulteriori informazioni su questo argomento.    

NOTA: le prove sono state eseguite su corpo macchina Sony A7R Mark V, equipaggiato con sensore 35,7×23,8mm da 61 Mpixel effettivi (9504×6336 pixel). Il punteggio MTF perfetto, per ottica e sensore, espresso in LW/PH (linee per unità di altezza) coincide con la risoluzione verticale, in questo caso pari a 6336 linee (circa 133 LP/mm). Nella realtà, le migliori ottiche da noi provate su questa macchina hanno sfiorato, senza raggiungerlo, il punteggio di 6000 LW/PH, che si può considerare a buona ragione un punteggio ideale per l’ottica.  

Il Samyang V-AF 24mm T1.9 FE deriva dal Samyang AF 24mm F1.8 FE, altro recente prodotto autofocus per fotocamere Sony. Lo schema ottico da 11 elementi in 8 gruppi include due elementi asferici, due a bassa dispersione ED e 3 ad alto indice di rifrazione HR.  

Il diaframma si chiude fino a f/22, e la messa a fuoco, attuata da motori lineari passo-passo, è silenziosa e piuttosto rapida: da 6 a 8 decimi di secondo per l’intera corsa. Chi preferisce lavorare con messa a fuoco manuale beneficerà invece di una corsa ampia – come riportato in tabella, 300° per tutte le ottiche di questa famiglia – e di una risposta lineare della ghiera.

Favorito dalla focale ridotta, questo obiettivo mostra anche un ridotto valore di focus breathing (meno dell’1%). Ricordiamo che il focus breathing è la l’indesiderata variazione di lunghezza focale durante la messa a fuoco. Il suo contenimento è considerato importante in ambito video, per evitare l’effetto zoom quando, ad esempio con due protagonisti sulla scena, si passa col fuoco dall’uno all’altro per seguire un dialogo tra i due.    

Il potere risolvente è buono, anche se non da record. Con un punteggio massimo nell’ordine delle 4500 LW/PH, si posiziona grossomodo allo stesso livello del nuovo zoom 20-70mm utilizzato a 20mm, che da un lato è uno zoom, oltretutto con focale più estrema, dall’altro è un obiettivo di categoria superiore, decisamente più costoso. Decisamente buono il comportamento ai bordi, dove in effetti si segnala un’anomalia: a diaframmi aperti, f/2-2.8, il potere risolvente ai bordi è pressoché identico al potere risolvente al centro, segno che Samyang ha prestato molta attenzione alla resa nelle zone periferiche.

L’aberrazione cromatica è sempre perfettamente sotto controllo: una media inferiore al mezzo pixel la rende di fatto invisibile all’interno delle immagini reali.
Altrettanto contenuta la distorsione: si nota solo un leggero effetto barilotto (2,5% circa), inevitabile nel caso di focali simili, e in ogni caso decisamente più contenuto di molte altre ottiche moderne (anche più pregiate), che ormai tendono a non correggere più le distorsioni, lasciando questa incombenza ai profili software.

Molto evidente, invece, la vignettatura, che non solo è molto elevata – parliamo di circa 3,5 stop di perdita ai bordi a f/1.8- f/2, con picchi di oltre 6 EV agli spigoli estremi – ma anche estremamente persistente. Ancora a f/2.8 e f/4, infatti, la perdita media ai lati del fotogramma si attesta, rispettivamente, su circa 2,75 e 2,5 EV. “Diaframmare”, dunque, non risolve il problema.

Per quanto riguarda l’analisi qualitativa dei difetti non misurabili, si nota nei punti luce sfocati un astigmatismo molto moderato, ma si nota anche, purtroppo, un evidente effetto cipolla, tipico delle lenti asferiche, con bordi molto netti. In generale, uno sfocato piuttosto “duro”. Buona resistenza al flare a tutta apertura, che peggiora leggermente chiudendo il diaframma senza però mai arrivare a livelli preoccupanti.    

Il Samyang V-AF 35mm T1.9 FE deriva dal Samyang AF 35mm F1.8 FE, introdotto dal produttore a metà 2021. Lo schema ottico prevede 10 elementi in 8 gruppi, tra cui due elementi asferici e due ad alto indice di rifrazione HR. 

Il diaframma si chiude anche in questo caso fino a f/22, e la messa a fuoco, sempre attuata da motori lineari passo-passo, è silenziosa e molto rapida: 5-6 decimi di secondo per l’intera corsa. Al pari del resto della famiglia, la corsa della ghiera di messa a fuoco manuale è pari a 300°, il movimento è lineare e perfettamente fluido.

L’allungarsi della focale porta a un incremento anche del focus breathing, che supera di poco il 3% passando da 1 metro all’infinito. Un valore non drammatico, ma i pari focale prettamente professionali riescono di fatto ad annullare questo effetto.

Il potere risolvente del 35mm è molto buono. Solo a ridosso della massima apertura (f/1.8-f/2) questo 35mm paga qualcosa rispetto a rivali più blasonati, rimanendo comunque ben oltre le 3000 LW/PH al centro, che è un punteggio assoluto di tutto rispetto. I punteggi massimi si ottengono tra f/5.6 e f/8, vale la pena notarlo dato che si tratta di un comportamento classico ma ormai poco comune, data la tendenza attuale a ottimizzare per le grandi aperture. Molto buona anche la tenuta ai bordi, fatta nuovamente una piccola eccezione per le aperture f/1.8 e f/2.

L’aberrazione cromatica, con punteggi prossimi al pixel, è visibile a elevati ingrandimenti ma tutt’altro che drammatica. Nulla da segnalare nemmeno per quanto riguarda la distorsione: solo un accenno di cuscinetto (1,48%), che passa del tutto inosservato nelle immagini prive di geometrie di riferimento.

Anche in questo caso, purtroppo, la vignettatura è molto elevata ai diaframmi più aperti e si mantiene presente anche diaframmando di qualche stop.  Le perdite sono meno elevati rispetto al 24mm (qui parliamo di circa 3 stop di perdita ai bordi a f/1.8 – f/2 , con picchi di oltre 5 EV agli spigoli estremi).

Astigmatismo leggermente maggiore rispetto al 24mm ma ancora moderato in assoluto e, anche in questo caso, piuttosto evidente l’effetto cipolla nei punti luce sfocati. Non il miglior bokeh mai visto, insomma… Come per il 24mm, buona resistenza al flare a tutta apertura, che peggiora leggermente chiudendo il diaframma, rimanendo complessivamente più che soddisfacente.

Il Samyang V-AF 75mm T1.9 FE deriva dal Samyang AF 75mm F1.8 FE, che ha debuttato a fine 2020. Lo schema ottico prevede in questo caso 10 elementi in 9 gruppi, e include due elementi ad alto indice di rifrazione HR e tre elementi a bassa dispersione. 

Il diaframma si chiude anche in questo caso fino a f/22, e la messa a fuoco, sempre attuata da motori lineari passo-passo, è silenziosa e rapida quanto il 24mm: non più di 8 decimi di secondo per l’intera corsa. Di nuovo, e al pari del resto della famiglia, la corsa della ghiera di messa a fuoco manuale è pari a 300°, il movimento è lineare e perfettamente fluido.

In questo caso il focus breathing raggiunge valori facilmente percepibili, 11,7% passando da 1 metro all’infinito. È questo uno degli aspetti controversi di un’ottica che i puristi considereranno “non degna” di considerarsi Cine. Da parte nostra, crediamo che tutti preferiscano le fuoriserie, ma che la maggioranza acquisti comunque più pratiche auto di fascia media. La serie V-AF di Samyang si propone di essere esattamente questo, senza false promesse. Il visibile focus breathing per la focale 75mm è un prezzo da pagare.  

Purtroppo, anche la nitidezza lascia decisamente a desiderare ai diaframmi aperti. Fino a f/4 compreso, infatti, il punteggio MTF non supera di molto le 2000 LW/PH, equivalenti a circa 1/3 delle capacità di questo sensore. Solo a partire da f/5,6 questo 75mm diventa nitido. Anche molto: arriva infatti a superare le 5000 LW/PH a f/8, che è il suo miglior diaframma di lavoro. Ai bordi, l’andamento è qualitativamente identico, con valori assoluti che non fanno mai gridare al miracolo. Un obiettivo, dunque, a due facce. Chi segue la regola del reporter  (l’importante è esserci, e f/8) può fare un buon affare con il V-AF 75mm T1.9 FE, mentre per chi ama lavorare alla massima apertura esistono opzioni migliori.

Da segnalare anche un marcato astigmatismo, facilmente percepibile come differenza tra risoluzione orizzontale e verticale.

L’aberrazione cromatica, nonostante la presenza in questo caso di elementi ED, è sostanzialmente pari a quella del 35mm, ragion per cui valgono identiche considerazioni: è appena visibile se si va a cercare negli angoli a elevati ingrandimenti, molto poco rilevante nella pratica. Risultati simili al 35mm anche per quanto riguarda la distorsione: leggero cuscinetto (1,58%), visibile solo in presenza di geometrie ben definite, come ad esempio un muro di mattoni.

Nel caso del 75mm, la vignettatura non è un problema. Le perdite si attestano nell’intorno di 1,5 EV ai bordi e a 2,5 EV agli spigoli estremi del fotogramma, a tutta apertura. Chiudendo a f/2.8 la perdita ai bordi si riduce nell’intorno del singolo stop.   

A differenza del 24 e del 35mm, in questo caso i punti luce sfocati sono molto più omogenei e piacevoli. Di contro, il flare è visibile a tutti i diaframmi, più di quanto la focale relativamente lunga lascerebbe supporre.

In conclusione, la nostra opinione è che Samyang abbia preso una buona iniziativa, prendendo tre suoi obiettivi autofocus di ultima generazione per attacco FE e “riconfezionandoli” in un corpo che soddisfa le necessità dei cineasti. Ha creato così la nuova linea Cine AF, che presto si arricchirà con la focale standard 45mm e l’ultra-grandangolare 20mm.

Non si tratta di obiettivi Cine super-professionali, ma di prodotti compatti e dal costo non eccessivo che si propongono di soddisfare le necessità delle piccole produzioni e dei freelance, anche a bordo di droni.

Dal punto di vista fisico e meccanico sono degli obiettivi eccellenti: ben costruiti e ben accessoriati, con pulsante programmabile e l’intelligente soluzione M1/M2 per controllare, con la stessa ghiera, AF e diaframma. Inoltre, come nella migliore tradizione degli obiettivi Cine professionali, tutti gli obiettivi sono esattamente identici, e hanno (cosa tutt’altro che scontata) anche un peso assolutamente identico. Questo significa non solo zero modifiche al follow focus, ma anche zero adattamenti/bilanciamenti nel caso di montaggio su testa gimbal o drone.

Dal punto di vista ottico non rappresentano lo stato dell’arte, con alcuni distinguo da fare tra le due focali grandangolari e il piccolo tele, che mostrano anime piuttosto diverse. Il 24mm e il 35mm sono  sempre piuttosto nitidi e incisi, soprattutto il 35mm che stupisce positivamente per gli ottimi risultati (soprattutto al centro). Non mostrano difetti rilevanti, eccezion fatta per una vignettatura molto marcata e persistente. Lo sfocato è piuttosto “duro”, tipico delle lenti asferiche.

Il 75mm, al contrario, fatica ad acquisire nitidezza, che raggiunge solo a diaframmi intermedi. Riesce a essere anche molto nitido a f/8, che è il suoi miglior diaframma di lavoro, ma solo al centro, mentre ai bordi non brilla a nessun diaframma di lavoro, e mostra un marcato astigmatismo. In questo caso, la vignettatura non è mai un problema e lo sfocato risulta più morbido e piacevole. 

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