Dall’auto elettrica non si scende più
Sapora non concorda nella lettura che l’avanzata nelle immatricolazioni delle ibride, soluzione ponte tra l’endotermico e l’elettrico puro, sia conseguenza diretta dell’attuale situazione di incertezza: “Non sono le politiche del 2035 sulla fine della produzione del vecchio motore a scoppio a spostare gli utenti. Ma spostano invece i piani industriali dei costruttori: è importante dare alle industrie un indirizzo certo e senza ulteriori tentennamenti“, dice facendo riferimento all’emendamento proposto lo scorso anno dalla Commissione sul taglio dell’obiettivo di riduzione allo scarico al 90% (dal 100%), con compensazioni obbligatorie per il 10%.
L’incognita Trump
“Mario Draghi – prosegue Sapora – ha dichiarato che bisogna perseguire il Green deal: ne va della competitività europea“, taglia corto l’esperto. Draghi, per la verità, ha detto che “la transizione deve essere anche flessibile e pragmatica“, ma la discussione rischia di essere sul sesso degli angeli, perché oggigiorno la vera incognita arriva da Oltreoceano: “Donald Trump sta mischiando le carte in tutti i settori, aumentando le difficoltà e le incertezze soprattutto negli Usa, a maggior ragione la Ue se vuole essere competitiva deve stagliarsi come un punto di riferimento, presentando un indirizzo chiaro e univoco che non muti sulla base degli umori. Ne va delle imprese del Vecchio continente“.
Tamponati dalla Cina
La medesima fermezza legislativa ha permesso alle numerose case cinesi di imporsi sul mercato per tecnologia e prezzi: “C’è un innegabile gap competitivo tra Europa e Cina ed è dovuto al fatto che Pechino abbia saputo dare direttive non contraddittorie definendo piani industriali con respiro decennale. Da noi, senza spinte legislative, i costruttori sono ovviamente rimasti ancorati al motore endotermico che rappresenta tuttora l’80 per cento del proprio fatturato“. A essere in discussione, insomma, non è “la capacità delle imprese europee di riconvertire la filiera” quanto il saper trovare un indirizzo nel caotico condominio europeo a 27: “le scelte coraggiose devono arrivare dalla politica e valere per tutti, ogni Paese membro altrimenti ha i suoi interessi e spinge dalla parte più conveniente“.
La “retromarcia” di Tesla e Lamborghini
Del resto anche i pochi imprenditori dell’automotive che finora avevano avuto il coraggio di puntare sull’auto elettrica sembrano avere frettolosamente cambiato i propri piani nell’ultimo periodo. Tra le innumerevoli retromarce si regista per esempio quella, recentissima, di Lamborghini, che ha deciso di non andare avanti con la Lanzador elettrica per motivi pragmatici efficacemente riassunti dalle parole sferzanti di Stephan Winkelmann, amministratore delegato del marchio: “Fare investimenti pesanti nello sviluppo di auto elettriche quando il mercato e la base clienti non sono pronti sarebbe un hobby costoso e finanziariamente irresponsabile nei confronti degli azionisti e dei clienti oltre che dei nostri dipendenti e delle loro famiglie“, ha dichiarato il top manager tedesco al Sunday Times.
Ma persino Tesla, auto elettrica per antonomasia oggi in crisi sia negli Usa sia in Europa, sembra avere ingranato una parziale retromarcia interrompendo la produzione dei veicoli elettrici Model S e Model X e riconvertendo lo stabilimento di Fremont alla realizzazione dei suoi robot umanoidi. Come devono essere lette queste mosse? “Credo sia importante fare chiarezza sul punto perché è stato scritto di tutto – premette Eugenio Sapora – anzitutto se è vero che Lamborghini lascia l’elettrico è altrettanto vero che Ferrari, con Luce, persegue ancora il medesimo obiettivo. Inoltre, Tesla sta intervenendo sulla sua nicchia premium interrompendo la produzione dei modelli più costosi. In entrambi i casi parliamo di vetture che non fanno grandi numeri e che non spostano alcunché rispetto al mercato vero e proprio“.

