Secondo Naomi Klein, solo un Green New Deal può salvare il mondo dalle fiamme


“Il mondo in fiamme”, l’ultimo libro di Naomi Klein, racconta un decennio di disastri ambientali e proteste per salvare il pianeta: abbiamo bisogno di politiche radicali per non arrenderci alla crisi climatica e all’ingiustizia sociale

(foto: Andrew Harrer/Bloomberg)

Afferrare quell’unica possibilità che capita una volta ogni cent’anni per rivoltare come un calzino la nostra società e per sanare un sistema economico che ha causato la crisi ambientale e ha voltato le spalle alla maggioranza degli abitanti del pianeta. Agli occhi di Naomi Klein, attivista e scrittrice canadese diventa la paladina dei movimenti sociali con il best-seller No logo, quest’unica possibilità oggi ha un nome: Green New Deal. Un programma politico radicale per affrontare in modo sistemico l’emergenza climatica e le disuguaglianze socioeconomiche. L’ultimo appiglio prima di scivolare nella “barbarie climatica”, in cui le nazioni più ricche, barricate dietro un muro d’indifferenza, useranno le loro risorse per adattarsi al peggio, lasciando affogare tutti gli altri.

Il mondo brucia

L’ultimo libro di Klein, Il mondo in fiamme, appena tradotto da Feltrinelli, è una raccolta di saggi elaborati negli ultimi dieci anni che spaziano dal reportage all’orazione, preceduti da una corposa introduzione. Nell’insieme costituiscono una cronaca riflessiva di un decennio vissuto pericolosamente – dall’incidente alla piattaforma petrolifera della Bp nel golfo del Messico (2010) fino alla devastazione dell’uragano Maria a Puerto Rico (2018) – in cui la biosfera ha subito danni irreparabili.

L’opera soffre per qualche ripetizione di troppo e per la fretta con cui sembra essere stata tradotta. La sua forza è invece nella capacità affiancare una visione alla denuncia: un appiglio che possa tirarci fuori dai guai. E qui torniamo al Green New Deal, che costituisce il fulcro e l’approdo del libro, tanto che nella versione originale era evocato già nel sottotitolo, mentre nella traduzione italiana è stato sostituito da un più trito “contro il capitalismo per salvare il clima”.

Scrivo “trito” perché – sebbene l’autrice non rinneghi affatto il suo pensiero, ascrivendo la responsabilità storica dell’odierno disastro ecologico e sociale a quella parabola fatta di espropri di terre, persone e risorse naturali che dal colonialismo porta al capitalismo – qui l’intento di Klein non sembra tanto quello di scagliarsi contro il capitalismo, quanto piuttosto di offrire un’alternativa capace di affrontare la crisi ambientale mediante un mutamento economico e sociale sistemico. Il Green New Deal, appunto. E se Klein ci ha visto giusto, allora vale la pena di capire cosa si celi dietro questo anglismo dal vago sapore rétro.

Vi presento il Green New Deal

In sostanza, il Green New Deal è ambizioso programma politico proposto dalla deputata democratica Alexandria Ocasio-Cortez, la più giovane donna mai eletta al congresso statunitense, insieme al senatore Ed Markey, con l’obiettivo di rimediare alla crisi ecologica e al crescente divario sociale. Prevede un decennio di interventi pubblici per ridurre drasticamente le emissioni di gas serra, rafforzare la resilienza ai disastri climatici, sviluppare reti elettriche intelligenti (smart grid), migliorare l’efficienza energetica e, al tempo stesso, introdurre misure di tutela per le fasce più deboli della popolazione, come l’accesso all’assistenza sanitaria.

Il testo esordisce presentando la terrificante realtà descritta dagli scienziati dell’Ipcc, il gruppo intergovernativo di esperti sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite, e al primo punto propone di azzerare le emissioni nette statunitensi in un solo decennio. È il primo programma legislativo – o almeno una bozza di quel che dovrebbe esserlo – abbastanza ambizioso da soddisfare gli obiettivi di riduzione dei gas serra indicati dagli scienziati per evitare una catastrofe climatica. Anzi, è perfino più ambizioso rispetto all’obiettivo indicato dall’ultimo rapporto dell’Ipcc di azzerare le emissioni nette globali entro il 2050. E per di più propone di affrontare insieme la crisi climatica e il divario socioeconomico, nell’intento di evitare che siano le fasce più deboli a pagare il costo della transizione, assumendo come faro quello della giustizia climatica. Come avrebbe potuto non fare innamorare Klein, che nel libro precedente, Una rivoluzione ci salverà (Rizzoli, 2015), invocava un simile approccio sistemico?

Il programma di Ocasio-Cortez e Markey si inspira al celebre New Deal di Franklin Delano Roosevelt, un piano di investimenti pubblici che salvò dalla povertà milioni di famiglie americane ridotte sul lastrico dalla grande depressione del 1929. In un solo decennio riuscì a introdurre la previdenza sociale e le leggi sul salario minimo, permise di portare l’elettricità alle campagne e di costruire centinaia di migliaia di alloggi a basso costo nelle città, nonché di piantare 2,3 miliardi di alberi, inaugurare ottocento nuovi parchi statali e varare misure di protezione del suolo nelle regioni devastate dalla Dust Bowl.

Una lista dei sogni?

Oggi come oggi, tuttavia, il Green New Deal non è altro che un documento di 14 pagine sottoscritto da un centinaio di parlamentari statunitensi, liquidato dagli scettici come un’utopica e vaga lista di desideri. E in effetti, affinché possa tradursi in realtà, dovrà essere sposato dal prossimo inquilino della Casa Bianca. Ammesso che a sfidare, e battere, Donald Trump sia un rappresentante dell’ala più progressista dei democratici, come Bernie Sanders o Elizabeth Warren.

Perché se da un lato il Green New Deal è stato attaccato con ferocia dai repubblicani, che lo hanno bollato come una congiura socialista per “bandire gli hamburger e distruggere il capitalismo”, dall’altro lato è già riuscito a infiammare le primarie democratiche. Secondo Klein, il suo approccio radicale costituisce una sfida anche per quella parte della sinistra che predilige procedere per timidi aggiustamenti piuttosto che mettere in discussione il modello economico fondato sul mito della crescita infinita.

Ma è proprio questo lo spirito del New Green Deal: non più i ritocchini a cui abbiamo finora assistito per non creare troppo disturbo – astrusi mercati delle emissioni, qualche piccola carbon tax, il rimpiazzo di un combustibile fossile (il carbone) con un altro (il gas), l’invito a sostituire elettrodomestici e lampadine con modelli più efficienti – bensì interventi ad ampio spettro per ridisegnare l’architettura delle nostre società.

Niente di meno di quel che gli scienziati considerano necessario per evitare la catastrofe. Nelle conclusioni del rapporto reso pubblico dall’Ipcc un anno fa, nell’ottobre 2018, si affermava che serviranno “mutamenti rapidi, ampi e inediti in tutti gli aspetti della società”. A un anno di distanza è cambiato ben poco. E di fronte alla portata della sfida, persino i 54 miliardi stanziati dal pacchetto per il clima della Germania, con l’obiettivo di tagliare del 55% le emissioni tedesche di CO2 entro il 2030, sembrano acqua fresca. Figuriamoci il balbettio del nostro governo sulle accise del gasolio agricolo o sulla tassazione dei biglietti aerei.

S’infiamma anche la protesta

Secondo Klein, il paragone al New Deal è appropriato nella misura in cui ci ricorda che, quando c’è la volontà politica di mobilitare le necessarie risorse pubbliche,  si può cambiare l’architettura di una società in appena un decennio. Ma affinché accada, occorre riconoscere che si è di fronte a un’emergenza. E che il piano di intervento goda del sostegno dell’opinione pubblica. Come ricorda Klein, anche il New Deal di Roosevelt scatenò un’ondata di critiche, fu attaccato dalla stampa e ostacolato persino dai moderati. Ma trovò sostegno nella  maggioranza della popolazione perché riuscì ad aiutare tanta gente scivolata nella miseria.

Klein riconosce che anche il Green New Deal avrà bisogno di un forte sostegno dal basso. La buona notizia è che negli ultimi mesi il movimento per il clima è cresciuto al di là di ogni aspettativa, riuscendo a sensibilizzare l’opinione pubblica sull’emergenza climatica. È presto per sapere se le proteste riusciranno a smuovere davvero anche la politica. Ma come scrive Klein, i figli, i nipoti e le generazioni future che avremmo dovuto proteggere dai cambiamenti climatici non sono più realtà astratte. Parlano, urlano e scioperano nelle piazze di tutto il mondo. Pretendono una risposta adeguata alla gravità della minaccia. Si chiami Green New Deal o in qualsiasi altro modo.

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