Tra tutti i reboot che ci stanno piovendo addosso in questi anni forse quello che proprio non ci aspettavamo è quello di Settimo cielo. Chi è cresciuto tra la fine degli anni Novanta e gli inizi degli anni Duemila non può non aver visto questo family drama statunitense in salsa evangelica: andato in onda dal 1996 (in Italia due anni dopo) per undici stagioni, raccontava la storia della famiglia Camden, guidata dal reverendo Eric e dalla moglie Annie, i quali dovevano gestire le vicende di cinque figli, poi diventati sette con un inaspettato e “attempato” parto gemellare, e anche un cane di nome Happy (interpretato da un cane di nome Happy).
Terminati nel 2009, gli episodi originali sono stati ampiamente replicati, soprattutto grazie a un successo insperato e a tratti paradossale, ma ora la stessa serie potrebbe tornare in una nuova versione curata da Anthony Sparks (già dietro al recente revival di Willy il principe di Bel Air) e prodotta tra gli altri da Jessica Biel, che all’epoca interpretava la figlia maggiore Mary (l’unica che, a un certo punto, tenta davvero di emanciparsi dal conformismo domestico). Pare che il reboot si occuperà di una nuova famiglia, più diversificata dal punto di vista etnico (magari con qualche adozione?), e non è previsto il ritorno dei personaggi dell’originale. L’impianto però dovrebbe essere lo stesso, cioè quello di un dramma famigliare legato a doppio filo ai principi cristiani, con un capofamiglia che guida figli e parenti con una morale precisa ma bonaria.
In effetti la formula era lampante e cristallina, quasi illuminata dallo Spirito Santo: in ogni episodio uno dei figli o dei loro amici avevano un problema o un segreto, che veniva svelato in maniera rocambolesca e subito rettificato da un mini-sermone di Eric Camden, il quale mostrava la retta via e portava verso la risoluzione positiva di ogni problematica. Dei temi adolescenziali classici non ne mancava nessuno e tutti venivano riportati in uno schema morale infallibile e per certi tratti brutale: Rubi al supermercato? Ti rovinerai la vita. Bullizzi qualcuno? Ti rovinerai la vita. Fai sesso prima del matrimonio? Ti rovinerai la vita. Ti droghi? Morirai. Un impianto narrativo così moralistico e asfittico era chiaramente irrealistico, ma abbastanza affascinante (e forse assurdo) da tenere incollata una marea piuttosto trasversale di spettatori.


