Sì, sul nostro pianeta fa sempre più caldo


Lo scorso giugno è stato il più caldo in assoluto a livello globale, e il secondo in Italia. Scettici o meno, a guardare i dati appena diffusi dal Noaa qualcosa salta subito agli occhi: fa sempre più caldo, e la situazione peggiorare ormai di anno in anno

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(foto: Getty Images)

Lo scorso novembre la lotta contro i cambiamenti climatici ha trovato una nuova paladina: Greta Thunberg. Giovane, determinata, e armata di un messaggio potente: gli adulti stanno rovinando il pianeta, e senza azioni decise i giovani erediteranno le conseguenze dei loro errori. Spinti dal suo esempio gli studenti di tutto il mondo hanno iniziato a scendere in piazza per chiedere nuove politiche contro l’inquinamento e il riscaldamento globale. Poi, manco a farlo apposta, è arrivato maggio. E i gli anti-gretini nostrani si sono visti recapitare un regalo inaspettato: un mese freddo, ben più freddo del solito. Segnale divino? La prova che il riscaldamento globale non è altro che una fake news radicalchic? Magari. Non basta qualche giorno di freddo per tirare un sospiro di sollievo. E a smentire gli scettici, purtroppo, ci pensano i dati climatici di questo 2019, appena diramati dalla National Oceanic and Atmospheric Administration americana (Noaa): la prima metà dell’anno in corso ha segnato infatti il secondo record di temperature degli ultimi 140 anni, e lo scorso giugno è stato il più caldo mai registrato. Prima di urlare “al gretino”, insomma, sarebbe stato meglio aspettare… bastava appena un mese.

Le serie storiche

Il rapporto del Noaa viene pubblicato a cadenza mensile, e si basa su un data set che copre oltre 140 anni di misurazioni, con inizio nel 1880, quindi nei primissimi anni della rivoluzione industriale. Un particolare importante, perché è proprio da quando l’umanità ha iniziato il cammino verso l’industrializzazione – con il conseguente enorme aumento dell’inquinamento prodotto da fonti fossili come carbone e petrolio – che il clima della Terra ha iniziato a vedersela brutta. Anche se scegliere il 1880 è stata una pura convenzione (si tratta del periodo in cui le stazioni meteo hanno iniziato a coprire una percentuale del pianeta sufficiente per trarre delle conclusioni sensate), avere come baseline un periodo in cui non avevamo ancora avuto tempo di inquinare a dovere il pianeta permette di trarre informazioni importanti su quanta parte dei problemi attuali è colpa delle nostre attività.

Temperature in aumento

Con i primi sei mesi del 2019 ormai alle spalle, è il momento di tirare le somme sulla prima metà dell’anno in corso. E come anticipato non si tratta di notizie incoraggianti: considerando temperature terrestri e oceaniche, il pianeta ha sperimentato il secondo anno peggiore mai registrato, con una media superiore di quasi un grado (0.95 celsius per essere precisi) rispetto alle medie stagionali del ventesimo secolo. Pari merito con il 2017, e peggio solo del 2016, quando l’eccesso di temperatura aveva raggiunto 1,11 gradi. Non tutte le aree del pianeta, comunque, sono state colpite allo stesso modo. Il profondo Nord, tra Alaska, Canada occidentale e Russia centrale, ha visto gli aumenti peggiori, con una media superiore di 3 gradi rispetto a quelle del secolo scorso. Mentre Usa e Canada del sud hanno vissuto una situazione completamente opposta, con -1 grado rispetto alle medie stagionali. Sulla terra ferma, la media globale ha segnato un + 1,49 su quelle stagionali, mentre sugli oceani l’aumento è stato pari a 0,76 gradi (il dato peggiore di sempre dopo il 2016). Con questi numeri – assicurano gli esperti del Noaa – è pressoché certo che il 2019 entrerà quantomeno nella top 5 degli anni più caldi mai registrati.

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Il più caldo in Europa

Dalle nostre parti la situazione non è migliore. È vero, maggio è stato un mese relativamente freddo in tutta Europa, con appena un +0,56 gradi sulle medie stagionali. Si posizione così al 40esimo posto tra i maggio più caldi, che vedono in testa quello del 2018 con 2,91 gradi sopra la media stagionale. Febbraio, marzo e aprile però hanno fatto registrare temperature ben più elevate, che rendono anche da noi questo 2019 uno degli anni più caldi dall’inizio dei monitoraggi. E giugno ha dato la mazzata finale: 2,93 gradi sopra le medie stagionali ne fanno infatti il più caldo di sempre in Europa.

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Con questo grafico del Noaa è facile notare come le temperature animale a giugno siano ormai la norma

A fornire i dati per l’Italia ci pensa l’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del Cnr (Isac-Cnr), che con le sue analisi conferma il trend continentale: 3,30 gradi in più rispetto alla media registrata tra il 1971 e il 2000, che ne fanno il secondo giugno più caldo mai registrato nel nostro paese.

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(grafico: Isac-Cnr)

Allargando la prospettiva, giugno si conferma il più caldo di sempre per il nostro pianeta. E non è tutto: 9 dei 10 mesi di giugno più caldi sono stati registrati tra il 2000 e oggi, e quello mancante risale appena al 1998. Con quello di quest’anno sono inoltre 43 anni che giugno fa registrare temperature superiori alla media, e siamo al 414esimo mese consecutivo in cui le temperature superano la media del ventesimo secolo.

Ghiacci e nevi

Temperature così alte in tutto il globo non possono che aver influenzato anche nevi e ghiacci perenni. E in effetti, i risultati sono piuttosto evidenti. Per l’artico il 2019 è stato il quarantesimo anno consecutivo in cui l’estensione dei ghiacciai è risultata inferiore alla media. E in particolare, quello di quest’anno è il secondo risultato peggiore da 41 anni a questa parte (cioè dall’inizio dei monitoraggi), con oltre 1,2 milioni di chilometri quadrati di ghiaccio in meno rispetto alla media registrata tra il 1981 e il 2010, e appena 119mila chilometri quadrati di ghiaccio in più rispetto al 2016, annus horribilis dei ghiacciai artici.

Per quanto riguarda l’Antartide, le cose vanno anche peggio. Siamo al quarto anno consecutivo in cui l’estensione dei ghiacciai è inferiore alla media: ben un milione di chilometri quadrati di ghiaccio in meno, che portano il 2019 a superare il record precedente segnato nel 2002, e a raggiungere la testa della triste classifica degli anni con minor estensione di ghiacci antartici. E guardando a questi dati è bene ricordare la posizione unica di questo continente: quando si sciolgono le acque marine congelate che compongono la maggior parte della banchina artica le acque dei mari non salgono. Ci sono innumerevoli conseguenze negative sul clima e sugli habitat marini, ovviamente, ma trattandosi di ghiacci già immersi nell’oceano, e occupando il ghiaccio un volume maggiore rispetto a quello dell’acqua, lo scioglimento dei ghiacci del Nord provoca al più un minimo abbassamento delle acque sul pianeta. Con i ghiacciai antartici, invece, ci troviamo di fronte a formazioni che catturano enormi quantità di acqua sulla terra ferma. E quando si sciolgono quest’acqua si riversa in mare, andando ad aumentare direttamente il volume degli oceani, e mettendo così a rischio di inondazioni tutte le aree costiere del globo.

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