Se gli occhi sono puntati sul prezzo della benzina, sebbene calmierato dal taglio alle accise voluto dal governo Meloni, c’è molto altro petrolio nella nostra vita. È nella plastica delle bottiglie d’acqua, dei flaconi dei detergenti, degli imballaggi di gran parte dei prodotti che acquistiamo. Nonostante l’Unione europea abbia cercato di arginarne il consumo, l’Italia continua a usarne e importarne volumi ingenti. E continua a subire le oscillazioni dei prezzi, anche dopo il cessate il fuoco tra Iran, Israele e Stati Uniti.
Cosa cambia con la guerra in Iran
La riapertura dello stretto di Hormuz è tutt’altro che una certezza
La riapertura dello stretto di Hormuz, da cui transita un quinto del petrolio globale, era la condizione che Donald Trump aveva imposto per il cessate il fuoco di venti giorni concordato nella notte (ora italiana) dell’8 aprile. Poche ore dopo, però, i raid aerei israeliani hanno colpito improvvisamente Beirut, in Libano. E, come rappresaglia, l’Iran ha nuovamente bloccato il passaggio. Tant’è che, nelle prime 24 ore, soltanto cinque navi cargo l’hanno attraversato.
Anche qualora la crisi dovesse ricomporsi, lo snodo non si sbloccherebbe da un giorno all’altro. Bisognerà smaltire la coda delle centinaia di navi da carico e petroliere bloccate su entrambi i lati. Navi che ci metteranno almeno un mese per raggiungere l’Asia o l’Europa. Sempre ipotizzando che nel frattempo si sia raggiunto un accordo sulle condizioni: Teheran ha imposto unilateralmente un pedaggio che nessuno vuole pagare.
Il prezzo del petrolio resta instabile e più alto di prima della guerra
L’annuncio dell’accordo è bastato per far scendere il prezzo del petrolio. Il Brent – il benchmark per l’Europa – è crollato immediatamente del 15% arrivando al di sotto dei 92 dollari al barile, mentre lo statunitense Wti (West Texas Intermediate) si attestava poco al di sotto dei 94 dollari. Non appena la fragilità dell’accordo è apparsa evidente, i prezzi sono subito tornati a salire. Nella mattina del 10 aprile, il Brent supera i 96 dollari al barile e il Wti sfiora i 100. Quotazioni ben superiori rispetto a quelle pre-guerra, pari a circa 70 dollari al barile. D’altra parte, in risposta agli attacchi statunitensi e israeliani, l’Iran ha preso di mira le infrastrutture petrolifere nella regione del Golfo: potrebbero volerci mesi per riavviare la produzione. I prezzi alti e instabili si ripercuotono a cascata sui settori che si reggono sul petrolio. Come la plastica, appunto.
L’Italia, un paese di plastica (che finisce in gran parte nel packaging)
Plastica di cui l’Italia è un’accanita consumatrice e importatrice. Il think tank Ecco ha messo in fila un po’ di dati. L’Europa di per sé non è una grande produttrice di plastica: nel 2024 ha totalizzato 54,6 milioni di tonnellate, su un totale globale di 430,9 milioni di tonnellate che per oltre la metà proviene dalla Cina e da altri Paesi asiatici. Quello che fa il nostro Paese, piuttosto, è lavorarla: stando ai dati del 2021, i più recenti a disposizione, circa il 14% della plastica utilizzata dai trasformatori europei passa dalle imprese italiane, seconde solo a quelle tedesche (23,2%).
Con un controvalore di oltre 22 miliardi di euro nel 2024, l’Italia è il sesto importatore al mondo di plastica e prodotti in plastica, destinati soprattutto al packaging. Packaging che, inevitabilmente, dopo l’uso finisce nella spazzatura: il nostro Paese si attesta su una media annua di quasi 39 kg pro capite di rifiuti da imballaggi in plastica, superiore a quella europea (35 kg).


